Giangiacomo Feltrinelli: i misteri sulla morte dell’editore rivoluzionario

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Giangiacomo Feltrinelli: i misteri sulla morte dell’editore rivoluzionario

Giangiacomo Feltrinelli
Giangiacomo Feltrinelli

Il 15 marzo del 1972, sotto il traliccio di un palo dell’alta tensione nella periferia di Milano, viene ritrovato il corpo dilaniato di un uomo. Giorni dopo viene data la notizia che quel corpo saltato in aria dopo un esplosione è quello di Giangiacomo Feltrinelli (Milano, 19 giugno 1926 – Segrate, 14 marzo 1972).

Giangiacomo Feltrinelli, erede di un ricco industriale e fondatore dell’omonima casa editrice, non nascose mai le sue idee rivoluzionarie. Amico di Fidel Castro, estimatore di Che Guevara, voleva importare in Italia i metodi della guerriglia per contrastare la svolta autoritaria di marca neofascista che lui vedeva imminente in quegli anni nel nostro paese. Motivato da questa preoccupazione e convinto della necessità di preparare la resistenza armata, creò i GAP, gruppi di azione partigiana.

Per queste idee rivoluzionarie, fin dal 1948 Feltrinelli attirò su di sé le attenzioni dei servizi segreti di mezzo mondo. Oltre all’azione di controllo, l’UAR (ufficio degli affari riservati) sottopose l’editore a un controllo sistematico dei suoi movimenti fin dalla primavera del 1969. Per 3 anni, dal 1969 al marzo al 1972, mentre le forze dell’ordine continuavano le perquisizioni nella sua casa e nei suoi uffici, Feltrinelli si trovava in soggiorno in Austria. Sarebbe rientrato in Italia il 14 marzo 1972, il giorno della sua morte. Il suo corpo venne ritrovato il mattino del 15 marzo vestito da guerrigliero ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino Milano.
Indosso all’editore, come risulta dai verbali dell’inchiesta, vennero ritrovati la foto della moglie e dei figli, una carta d’identità intestata a Vincenzo Maggioni, e 3 mazzi di chiavi che portavano a 3 basi eversive a Milano, in via Boiardo, via Delfico e via Subiaco. Una quantità straordinaria di indizi compromettenti, improbabili per una persona dotata di normale prudenza e sottoposta ad assidua sorveglianza della polizia. Secondo la versione ufficiale, la morte è stata causata dall’esplosione dell’ordigno che Feltrinelli stava manipolando, allo scopo di provocare, con l’abbattimento del traliccio, l’interruzione dell’elettricità che avrebbe dovuto oscurare il congresso del PCI in corso Paladino, che si sarebbe concluso con l’elezione di Enrico Berlinguer a segretario del partito.

Giangiacomo Feltrinelli
Giangiacomo Feltrinelli e Fidel Castro

Tuttavia, al di là della versione ufficiale, le ipotesi sulle cause della morte furono diverse, ma senza che ci fossero mai prove sufficienti per suffragarle.

La tesi dell’omicidio fu caldeggiata da illustri esponenti della carta stampata, come Eugenio Scalfari e Gianni Flamini. A loro avviso gli improbabili indizi trovati a Segrate, che legavano la morte di Feltrinelli alle Brigate Rosse, sarebbero serviti allo sfruttamento politico dell’impresa fallita. Le perplessità sulla dinamica e sulle cause della morte erano tante: quale vantaggio avrebbero avuto le BR, che non approvavano la strategia politica dell’editore, a consegnargli le chiavi di una base così importante come quella di via Boiardo, frequentata da Moretti e Curcio, i capi storici delle BR milanesi? Nessuno, solo conseguenze negative. Non solo: i due brigatisti, come risulterà da vari filoni d’inchiesta a loro carico, condividevano il culto della compartimentazione delle prigioni del popolo, di cui nessuno, che non fosse direttamente coinvolto nella custodia degli ostaggi, nemmeno nei vertici, doveva essere informato. Basti pensare alla prigionia di Moro: nessuno, tranne i carcerieri, sapeva dove fosse, nemmeno alcuni tra quelli che avevano partecipato alla sua cattura.

Perché Feltrinelli portava con sé le chiavi di quei 3 covi mentre era impegnato in un attentato così importante?
Cosa avrebbe spinto l’editore (tra l’altro febbricitante) a tornare in fretta dall’estero per compiere un attentato che avrebbe potuto esporlo al pericolo di morte, compiendo un gesto che andava ben aldilà delle sue capacità tecniche nell’uso di esplosivi?

In un’inchiesta pubblicata il 12 marzo del 2012 sul Corriere della Sera, il giornalista Ferruccio Pinotti ha riportato tra gli atti inediti del processo, una relazione di consulenza medico-legale redatta dal professore Gilberto Marrubini e dal professor Antonio Fornari (il medico che aveva dimostrato che Roberto Calvi non si era suicidato, ma era stato strangolato e poi appeso al ponte dei Frati Neri).

I due medici rilevarono che alcune lesioni non potevano essere considerate contemporanee all’esplosione, ma essendo antecedenti allo scoppio dell’ordigno, erano dovute ad altre cause traumatiche:

I polsi di Feltrinelli erano stati legati poiché la superficie bluastra del polso destro e della mano destra appare interessata da colorazione bluastra, con fitta punteggiatura a tratti ricoperta da sottile colorazione rossastra.

Infine le mani di Feltrinelli erano intatte, nonostante l’esplosione. Ciò dimostrava per i due medici che erano state probabilmente legate dietro la schiena e che non erano venute a contatto con la bomba.

Il risultato finale dell’analisi scientifica, completamente trascurato dai PM titolari dell’indagine, dimostrava che Feltrinelli era stato vittima di un pestaggio e portato nel luogo della messinscena dove altri poi avevano fatto esplodere l’ordigno. Un altro elemento che getta un’ombra inquietante sulla condotta delle indagini è quello che emerse da alcune dichiarazioni del generale dei carabinieri Francesco Delfino. Secondo il generale il cadavere di Feltrinelli fu trovato a trecento metri dal nascondiglio di Carlo Fumagalli, partigiano bianco che guidava il Movimento di Azione Rivoluzionaria, legato ai servizi segreti americani e una struttura militare, probabile articolazione di Gladio, di cui faceva parte anche il capitano dei carabinieri Rossi, vicino al SID e titolare proprio delle indagini sulla morte di Feltrinelli.

Che Feltrinelli propendesse per un’utopia rivoluzionaria e che avesse rapporti con le élites politico-culturale di mezzo mondo era innegabile.

Che quelle idee e quelle sue amicizie rappresentassero una minaccia per molti, in quel periodo storico tumultuoso che furono gli anni ’70 per il nostro paese, sembra ancor oggi una verità inconfutabile.

Domenico Epaminonda per MIfacciodiCultura

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