La Biennale delle critiche: 57. Esposizione Internazionale d’Arte

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La Biennale delle critiche: 57. Esposizione Internazionale d’Arte

Padiglione Germania

La Biennale d’Arte di Venezia si è aperta il 13 maggio 2017 all’insegna dell’attesa, nei riguardi del lavoro curatoriale di Christine Macel per questa 57. Esposizione Internazionale d’Arte, a cui sono seguite tante critiche recensite sui diversi giornali d’arte. Innanzitutto è bene specificare le argomentazioni che riguardano la scelta dei Padiglioni e degli artisti, che quest’anno si sono ispirati al concetto di Umanesimo – secondo quanto detto dal direttore Paolo Baratta – nel senso legato alla centralità dell’uomo e alle sue capacità di risollevare una società, in questo caso attraverso l’arte.

Difatti, l’idea de la Biennale è proprio quella di partire dall’atto artistico, come ultima fonte vitale dell’uomo contemporaneo, per ritornare ad uno stato di eccellenza, attraverso un riscatto totale della società. Con il titolo Viva Arte Viva, si proclama così la centralità dell’arte non solo nella vita di chi la fa ma soprattutto è un richiamo rivolto a coloro che vivono in uno stato di torpore. È come se l’Arte si affacciasse alla finestra ed urlasse: «Eccomi, sono qua!»

Arsenale – Liu Jianhua and Alicja Kwade (background)

Il risultato che, a mio avviso, emerge dal percorso espositivo, in particolare dei Giardini, è una mancanza proprio di un percorso, non si percepisce alcuna presenza di un sentiero che conduca alla rivelazione di qualcosa di atteso. Si nota, però, una connessione tra i padiglioni nella volontà di rapportarsi con la realtà e la società odierne, richiamandosi alle immagini secondo cui esse si sono evolute e si sono a noi rivelate. È una ricerca che va sì di pari passo con la rappresentazione artistica dei protagonisti dei padiglioni, ma viene meno un focus sull’artista stesso, non si ha la sensazione di entrare nel suo atelier, com’è avvenuto invece così apertamente nel Padiglione Centrale. Qui infatti si è accolti dallo studio nomade di Dawn Kasper e dalla produzione artistica di Franz West.

Roberto Cuoghi

Nel dialogo rispetto all’uomo e alla società contemporanea, interessanti sono i casi del Padiglione Spagna, nel quale si va a trattare l’importante tema del nomadismo attraverso riproduzioni video e installazioni, il Padiglione Ungheria con una riflessione sul concetto di pace e stabilità proveniente dalla Guerra Fredda e dagli influssi del regime Sovietico, la Korea, che mette in scena scrupolosamente una rappresentazione temporale dello stile di vita di questo paese, dove le tradizioni a stento riescono a rimanere salde in una società in via di sviluppo.

Se l’esposizione è stata pensata come contatto diretto con l’arte in quanto tale, questo è avvenuto in piccoli casi, dove si ha la sensazione di entrare negli spazi dell’artista e vedere le fasi di nascita di un’opera – il caso del Padiglione Italia come anche quello della Germania. Il concetto di vivo indica la effettiva presenza della linfa che rende vivo ed organico un elemento, un oggetto. In questo senso, anche le credenze, i riti di una cultura, di una società, rappresentano l’humus che va a generare altra vita.

Giorgio Andreotta-Calò

Per quanto concerne l’Arsenale, il fatto che non vi sia nessuna separazione ritmica tra i diversi padiglioni – come specificato dalla curatrice – è dovuto principalmente alla struttura stessa dello spazio, enorme e continua. È certo che i titoli acquisiti siano evocativi e teatrali, come Padiglione della Terra, delle Tradizioni, degli Sciamani e così via, ma la sensazione che si ha è che questo percorso svolga una funzione di incanalamento, in cui i visitatori possano confluire nel laboratorio magico che è il Padiglione Italia. Il dottor Frankenstein – Roberto Cuoghi – ha quivi aperto il suo studio di cloni di Cristo, sulla base del testo medievale Imitatio Christi. Dove le credenze popolari studiate da Ernesto de Martino indicano la ricerca di un capro espiatorio, queste riproduzioni del Salvatore rappresentano amuleti che hanno il potere di esorcizzare situazioni gravose in cui persistiamo.

Lo stesso tema è seguito da Adelita Husni-Bey con La seduta, in cui la presenza dei tarocchi va a incanalare tradizioni secolari nelle mani della nuova generazione, alla ricerca di una diversa interpretazione. Infine Giorgio Andreotta-Calò, con la sua Fine del mondo (Senza titolo) ha creato due livelli di realtà, due paesaggi danteschi, carichi di evanescente presenza del cosmo.

Si è parlato di leggerezza, continuità, naturalezza ne la Biennale, ma è necessario che questi concetti non vengano presi troppo “alla leggera”.

Fabio De Liso per MIfacciodiCultura

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