Politica e sincerità: utopia etica e linguistica di Jürgen Habermas

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Politica e sincerità: utopia etica e linguistica di Jürgen Habermas

Se ho conservato un resto di utopia, essa consiste soltanto nell’idea che la democrazia – e l’aperta discussione nelle sue forme migliori – possa tagliare il nodo gordiano di problemi che appaiono insolubili. Non dico che ci riusciremo. Non sappiamo nemmeno se potremo riuscirci, ma poiché non lo sappiamo, dobbiamo almeno tentare. Le atmosfere apocalittiche consumano energie di cui si potrebbero nutrire tali tentativi. L’ottimismo e il pessimismo, in questi contesti, non sono categorie appropriate.

Jürgen Habermas
Jürgen Habermas

Quanto sopra potrebbe apparire una dichiarazione utopica bene inserita all’interno di un romanzo distopico, un 1984 o un Mondo Nuovo. È invece un aforisma di Jürgen Habermas, filosofo, storico e sociologo tedesco, nato il 18 giugno del 1929, che dal punto di vista filosofico si va ad inserire nella cosiddetta Teoria Critica della scuola di Francoforte (i cui rappresentati maggiori e più noti sono Fromm, Marcuse e Adorno), e da un punto di vista pragmatico si va ad inserire nella inesistente branca della fantascienza applicata.

Habermas, infatti, applica le teorie della conoscenza alle scienze sociali: quel che ne ricava come campo di studio è l’analisi delle società industriali, il ruolo delle istituzioni in chiave dialogica (e già qui…), la crisi di legittimità delle democrazie contemporanee, le modalità di formazione del consenso. Per intenderci, il filosofo tedesco si è preso la briga, nel volume Fatti e norme, di studiare qualcosa come la democrazia deliberativa, che si contrappone alla democrazia rappresentativa in quanto la volontà popolare non viene filtrata dall’elezione di rappresentanti, ma si esprime direttamente, tramite la cosiddetta deliberazione

Capito il tipo? Chiaramente, uno che in maniera più esplicita che implicita, considera applicabile una cosa come la democrazia deliberativa (forte del fatto che in Sudamerica vi sono realtà in cui essa viene effettivamente applicata nelle amministrazioni locali), può benissimo focalizzare la sua massima attenzione in qualcosa come l’Etica del Discorso (assieme al collega Karl-Otto Apel).

Jürgen HabermasApparentemente, potrebbe anche trattarsi di un qualcosa che vada in contrapposizione agli studi ed alle posizioni di Schopenhauer, sentitamente riguardo all’arte di ottenere ragione, e quindi su un piano più individuale che collettivo: ma ad Habermas interessa la comunicazione istituzionale, e quindi la sua Etica del Discorso (1983) presuppone sì una struttura etica della dialogica, ma in chiave comunicativa collettiva (in contrapposizione anche a Kant). Il titolo originale dell’opera è altresì Coscienza morale e agire comunicativo, sicuramente più completo della traduzione italiana del 1985, e esplicita una teoria pragmatica del linguaggio, prendendo in condizioni universali e necessarie che stanno alla base di ogni possibile comunicazione linguistica volta all’intesa. I partecipanti alla conversazione, anche e soprattutto politica, devono garantire e avere pretesa universale di correttezza, verità, veridicità, comprensibilità. Se una di tali condizioni viene meno, l’intesa tra gli interlocutori non può avere luogo, venendo meno nel contempo discussione razionale. Risulta facilmente evidente anche ad un osservatore distratto che queste istanze hanno valore logico e portata etica e che esse implicano in maniera cogente che la comunicazione avvenga tra esseri paritetici e scevri da condizionamenti esterni o interni – realizzando di fatto una forma di comunicazione democratica. Il tutto poi sfocia anche nell’analisi della formazione del consenso, che è successivo, ovviamente alla comunicazione.

Dal canto nostro, la pensiamo con spirito più sarcastico e meno democratico (ma quanta democrazia è insita nell’umorismo, nella satira, nell’ironia), e citiamo George Bernard Shaw che disse «Il maggior problema della comunicazione è l’illusione che sia avvenuta». D’altronde, come potremmo non essere sarcastici al riguardo, noi che vediamo di continuo la comunicazione istituzionale fatta a pezzi, che sorbiamo l’eloquio dei Renzi, Giachetti, Razzi, Adinolfi, Meloni, Mussolini, Bossi, Salvini, e via dis-comunicando?

Jürgen HabermasA parte che mancano i presupposti culturali, sono quelli etici che ci han fatto asserire senza tema di smentite, all’incipit, che Habermas attiene in qualche modo alla fantascienza. Il filosofo si illude che esista una situazione in cui «il discorso pubblico si pone come modello di un agire comunicativo che egli oppone all’agire strumentale. L’agire strumentale sembra organizzato dalle logiche della tecnica e del dominio; l’agire comunicativo indica la possibilità di un’unione sociale non coercitiva, basata sul criterio di riconoscimento intersoggettivo non violento, orientato all’intesa. Quando trionfa la razionalità strumentale, seppellisce sotto di sé ogni senso».

Infatti, qualcuno intravvede un senso? Che gli Habermas di tutte le latitudini ci si conservino, e con essi i loro “resti di utopia”.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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