I Grandi Classici – “Paula” di Isabel Allende, mirabile viaggio eterno nel Dolore più grande

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Cos’è che ci fa andare avanti contro ogni ragionevolezza, cosa ci spinge a forgiare inutili e assurdi aforismi per aggrapparvici poi, fragili ganci di parole per illuderci che “non è finita finché” non è finita e sciocchezze del genere? Il segreto della felicità è l’inconsapevolezza, l’ignavia, l’oblio, la stupidità: beato te che non capisci nulla, circonfuso di un’ignoranza talmente fitta da non supporre nemmeno la sua stessa esistenza, più oloturia che pernice di montagna. Quindi, la sensibilità che tanto ammiriamo, in pittori, compositori, poeti, scrittori, è assai più una condanna che un premio, una maledizione più che un dono: è per questo che siamo certi che nei Grandi Classici entri a buon diritto anche Paula, di Isabel Allende.

I Grandi Classici - Paula di Isabel Allende, mirabile viaggio eterno nel Dolore più grande
Un’edizione del romanzo

Naturalmente, si tratterà di un Grande Classico del Dolore: ma in fondo, esiste forse qualche grande opera che non lo sia? Ci sovviene Tears in heaven, che slowhand Eric Clapton dedicò al figlio Conor morto a soli 4 anni, ma soprattutto ci assale un dubbio esistenziale: siamo certi che la stessa catarsi, concetto gnoseologico col quale ci balocchiamo da una manciata di migliaia di anni, sia effettivamente efficace, sia una valvola di sfogo e non un aggravio di pena? Abbiamo, va detto, una incoercibile diffidenza nei confronti dell’esibizione del proprio dolore, nella sua pornografia di raffaellianacarrà memoria ereditata dalle barbadursate, abbiamo la certezza morale che ben poche persone provino una sofferenza reale e profonda anche nel caso peggiore dell’esistenza, ossia la sopravvivenza ai propri figli: proprio per questo, bisogna ascoltare Clapton, per questo va letto Paula. E va letto subito, di getto, senza mediazioni preliminari: tempo per leggere stupidaggini critiche ce n’è in abbondanza a posteriori, dopo la lettura che dovreste inframezzare di lacrime, perché Paula non è stata scritta da Isabel Allende per mettersi in contatto con la figlia, ma certamente è in grado di mettere in contatto voi con l’autrice.

Poi, la nostra cieca vita è tanto bassa che siamo costretti a definizioni, a ridurre tutto alle insufficienti parole: Paula quindi è un romanzo e trattandolo come tale dovremmo dire che per certi versi ci ricorda Oriana Fallaci per l’uso del vocativo-invocazione, ma soprattutto che si caratterizza in maniera fortissima secondo i tratti della narrazione sudamericana, evocando la cadenza quasi ridondante di Gabo, con periodi lunghissimi e paragrafi che lo sono ancora di più, dove nulla sfugge né resta impunito, paragrafi che sono capitoli e capitoli che sono brani di vita. Che i narratori sudamericani abbiano problemi a distinguere l’accessorio dal necessario alla narrazione? O piuttosto dobbiamo pensare che, più acutamente degli algidi europei e ancor più profondamente dei glaciali anglosassoni, abbiano compreso che tutto è importante, che tutto conta, proprio perché nulla conta, tutto è provvisorio e caduco?

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La scrittrice e la figlia Paula

Paula è la storia di un anno. Un anno nel quale Isabel Allende, scrittrice, donna di successo, dalla vita romanzesca legata anche alla Storia con la maiuscola in quanto nipote di Salvador Allende e spettatrice del dramma cileno, vive la prova peggiore che si possa immaginare: seguire la malattia della figlia, caduta in coma a causa di un subdolo male chiamato porfiria, un anno esatto tra il 6 dicembre 1991 e lo stesso giorno del 1992. In questo anno, Isabel Allende scrive la sua storia, quella della sua famiglia e quella del Cile, dedicandola alla figlia, cercando di comunicare con lei, scrive per testimonianza e per sopravvivenza, e scrive perché deve trovare la forza di rimanere a guardare una bella ragazza di ventotto anni lasciare la vita a poco a poco, in maniera ineluttabile, mentre il suo dovere è quello di rimanere lì, viva, e assistere a questa tragedia giorno dopo giorno, secondo dopo secondo.

Non fosse la narrazione di un dramma mostruoso, Paula sarebbe un favoloso affresco, sia storico per l’analisi del crollo che portò alla dittatura di Pinochet, sia sociale per tutta una serie di notazioni, che vanno dall’indole specifica delle varie anime latine alle strutture sociali nei vari Stati, alquanto diverse tra loro, con qualche luogo comune che non inficia il discorso generale. E Paula è anche il romanzo di un’educazione, anzi, di più educazioni: sentimentale, certo, andando a toccare la vita e gli amori della Isabel-donna, il suo rapporto con l’altro sesso e con il sesso; ma anche il racconto di un’educazione religiosa («Dio scommette con Satana, castiga il pover’uomo senza pietà e poi pretende che lo adori. È un Dio crudele, ingiusto e frivolo. Un padrone che si comporta così con i suoi servi non merita lealtà né rispetto, tanto meno adorazione»), e di una intellettuale, con la giovane Isabel che viene educata all’elasticità mentale di stampo filosofico alla Schopenhauer da zio Ramòn, e un’educazione sociopolitica che la porta a capire che «non c’è libertà senza indipendenza economica».

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Manifestazione dopo il golpe dei generali

Troviamo di tutto in Paula, anche il Macbeth attraverso i coniugi Pinochet. Ma soprattutto, Allende dimostra, anche se non è il suo intento, di essere una grandissima conoscitrice dell’animo umano: perché se è vero che alcune persone continuano a vivere perché debbono proteggere e amare coloro che rimangono, è altresì vero che contro la razionalità l’anima spinge l’acceleratore anziché il freno.

La grandezza di Paula è disseminata in ogni pagina del romanzo, che trova tempo e modo di indagare anche sul romanzo stesso, sulla letteratura e sul mestiere di scrivere: ma tocca vertici di sublimità umana e umanistica quando trova il coraggio di riportare l’invito più terribile che si possa pronunciare: «Muori, amore mio, ha supplicato Ernesto in ginocchio accanto al letto. Muori, figlia mia, ho aggiunto io in silenzio, perché non mi usciva la voce», invocazione che va al di là addirittura di Pianto Antico.

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Il generale Pinochet

E alla fine, devastati dal male di vivere su questo opaco atomo del Male, che cosa ci resta, infine? «Mi chiedo quanto ancora vivrò e perché… Che cosa accadrà con questo grande spazio vuoto che ora sono? Con che cosa mi colmerò quando non rimarrà più un briciolo di ambizione, nessun progetto, nulla di me?» La domanda che tutti noi, quelli maledetti dal dono di un briciolo di consapevolezza, pur dibattendoci strada per strada, fino all’ultima vita, non riusciamo a fare a meno di porci ossessivamente.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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