La “Lady Macbeth” di Oldroyd, tra voglia di vivere e violenta passione

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La Lady Macbeth di Oldroyd, tra voglia di vivere e violenta passione

William Oldroyd

Dopo aver diretto il Young Vic Theatre di Londra, adattato i più grandi autori classici per i teatri europei e Sartre per il Paese del Sol Levante, e aver inoltre trionfato con un corto al Sundance London Short Film Competition nel 2013, l’acclamato regista William Oldroyd ha deciso di buttarsi ancora sul cinema con un lungometraggio. Risultato di questa scelta è Lady Macbeth che, applaudito al Toronto Film Festival prima e a Torino dopo, rende la caduta in picchiata di Oldroyd più simile ad un placido volo planato.

La pellicola, distribuita da Teodosia e nelle nostre sale dal 15 giugno, ha destato molta curiosità poiché si tratta di un prodotto che nel titolo rievoca l’emblematica Lady Macbeth shakespeariana. Tuttavia il film è liberamente tratto da un romanzo dello scrittore russo Nikolaj Leskov, il quale però non ignorava affatto la tragedia del Bardo. Pubblicato nel 1865, La Lady Macbeth del distretto di Mcensk fu musicato circa un settantennio dopo da Dmitrij Šostakovič. Le differenze tra il romanzo e la trasposizione cinematografica curata da Alice Birch, riguardano sia alcuni risvolti della storia che l’ambientazione, per cui dalla campagna russa d’epoca zarista ci si sposta verso la brughiera inglese in età vittoriana.

Una scena del film – Lady Macbeth (Florence Pugh) e Sebastian (Cosmo Jarvis)

Protagonista della vicenda è Katherine, che a soli diciassette anni si ritrova a condividere l’usuale sorte toccata alle sue coetanee: acquistata senza troppi complimenti da un ricco imprenditore e obbligata a sposarne il figlio, tale Alexander Lester, viene ridotta a mero strumento incaricato di portare avanti il nome della famiglia. Il matrimonio si rivela da subito tutt’altro che felice: Alexander è un inetto che non prova alcun interesse verso la giovane moglie e, anzi, non perde occasione per umiliarla. Le certezze che Lady Macbeth cercava nel volto del suo sposo durante la cerimonia di nozze continuano ad essere disattese ed ella viene catapultata in una vita diversa da quella che sicuramente sognava. Costretta a vivere in una casa tanto grande quanto vuota, ad accompagnarla sono spifferi, scricchiolii e la silenziosa figura della domestica Anna. Frustrata e amareggiata, imbrigliata nella rete delle convenzioni sociali e circondata dall’indifferenza, Katherine riesce però a trovare una via di fuga da quella gabbia dorata quando il marito e il suocero partono per un lungo viaggio d’affari: è in quest’occasione che la protagonista ha modo di conoscere lo stalliere Sebastian, con cui inizierà una torbida passione amorosa ai limiti dell’ossessione.

Se il temperamento deciso e un po’ ribelle per l’epoca, unito alla sua rivendicazione della libertà di vivere e amare chi e come preferisce, sembra accostare Katherine alla Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, il suo funesto cognome lavvicina inesorabilmente al sanguinario personaggio shakespeariano: con la mente totalmente offuscata dall’amore e dalla rabbia, Lady Macbeth arriva a compiere i gesti più efferati. Eppure lo spettatore non può che chiudere un occhio sulla moralità deviata di questa antieroina, sperando che in fondo riesca ad averla vinta su un mondo tanto ottuso. Il finale, diverso da quello originale del romanzo di Leskov, apre la strada a diverse considerazioni e ci lascia con un interrogativo in particolare: davvero il fine giustifica i mezzi?

Florence Pugh

Il film vuole così elevarsi a metafora della condizione della donna e lo stesso Oldroyd osserva che

Nella letteratura di quel tempo donne come Katherine di solito soffrono in silenzio, nascondono i loro sentimenti o si tolgono la vita. Ma in questa vicenda abbiamo una giovane protagonista che combatte per la sua indipendenza e decide il proprio destino, anche attraverso la violenza.

La solitudine che accompagna le giornate di Lady Macbeth viene restituita dagli spaccati di un paesaggio inglese grigio, selvaggio e incontaminato, tali da somigliare a delle pitture. Al tempo stesso il senso di soffocamento che attanaglia la giovane è costantemente ripetuto e il martellante scoccare delle lancette dell’orologio che si ode già nel trailer viene accostato, nel film, ai claustrofobici respiri della protagonista, tra l’altro premuta dentro corsetti eccessivamente stretti. A livello tecnico il tutto viene ribadito attraverso sapienti accorgimenti, come l’attenzione quasi maniacale per i dettagli e la maggiore o minore quantità di aria intorno ai personaggi che vengono inquadrati. Sarà poi ben difficile dimenticare l’ottima performance della giovane attrice protagonista Florence Pugh, la cui espressività regala ulteriore forza alla pellicola ed è già stata riconosciuta e premiata in occasione dell’Evening Standard British Film Awards.

La scelta di William Oldroy di battere nuovamente e in maniera più marcata la strada del cinema non è fatto azzardata e il regista si muove con naturale destrezza con una pellicola potente, violenta e dalle sfumature sensuali. Se ne sentirà parlare ancora in futuro.

Anna Maugeri per MIfacciodiCultura

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