Rigopiano, i selfie che immortalano una sensibilità perduta

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Rigopiano, i selfie che immortalano una sensibilità perduta

Rigopiano, i selfie che immortalano una sensibilità perduta
Il luogo della strage

Una foto ricordo, cosa vuoi che sia? Uno scatto in cui delle persone sorridono e sullo sfondo un bel mare, un tramonto o magari una strage… Sì, una strage, perché pare che questa sia l’ultima moda. È successo all’hotel Rigopiano, ed era già successo ad Amatrice, all’isola del Giglio e in tanti altri luoghi di strage. Dove arriva la stupidità della gente? Ma soprattutto, dove si fermano la sensibilità, l’umanità e il rispetto? La linea è sottilissima e molti davvero non se ne rendono conto.

Sotto quelle macerie sono morte 29 persone. Chi sul colpo della valanga distruttiva, chi sotto il peso delle macerie, chi dopo ore di agonia cercando invano l’aiuto di qualcuno. Morti in un bunker che ha visto impegnati centinaia di persone giorno e notte per salvare la vita a poveri malcapitati. Quella dell’hotel Rigopiano è la più grande tragedia da valanga dal 1916 in Italia e dal 1999 in Europa.

Eppure qualcuno in quel luogo di dolore, teatro di una strage dalle misure spaventose, va a farsi i selfie. Lì, dove su quaranta persone se ne sono salvate undici appena, qualcuno riesce a fare turismo dell’orrore, ignorando minimamente che tra quei malcapitati poteva esserci un loro familiare o magari proprio loro.

Il secondo procuratore di Pescara, Andrea Papalìa, titolare dell’indagine su quelle morti, dichiara che la situazione è sotto controllo, non entrando nel merito della questione selfie, visto che l’indagine di quelle 29 vittime è ancora aperta.

Rigopiano, i selfie che immortalano una sensibilità perduta
Il luogo della strage

Eppure la situazione non pare affatto sotto controllo: molti turisti nei week end raggiungono la zona, sfidando la difficile posizione geografica, per scattare una foto con parenti e amici, per avere un ricordo: fa rabbrividire il pensiero che degli esseri umani sorridano davanti ad uno smartphone in un luogo che è stato teatro di una vera è propria catastrofe.

«È diventato un macabro rituale» denuncia Giancluca, fratello di Marco Tanda, ventiseienne vittima sotto le macerie insieme alla ragazza di ventiquattro. «Noi familiari non siamo mai entrati nella zona rossa, mai. Invece ogni week end va su qualcuno e pubblica la foto. C’è persino chi accusa gli altri di non rispettare la nostra sofferenza, poi posta il proprio selfie sorridente».

Postare, un verbo ormai che scandisce le giornate di molti individui: pubblicano foto di ogni genere, in ogni istante della loro giornata. La caccia ai like è spietata e non si ferma davanti a nulla, nemmeno davanti a 29 persone morte drasticamente sotto una valanga.

Chi ha fatto dei sopralluoghi sul luogo del disastro ha dichiarato che si tratta di una zona pericolosa, in quanto piena di pezzi di vetro e macerie che si stanno assestando. «Se è tanto pericoloso perché non si recinta quell’area?» Denuncia sempre Gianluca Tanda «Vogliamo altri morti? Vogliono fare un souvenir con la zona?».

Rigopiano, i selfie che immortalano una sensibilità perdutaQuello dell’hotel Rigopiano è purtroppo solo l’ultimo caso della stupidità degli individui, Il tecnico comunale Enrico Colangeli, custode giudiziale dell’area sotto sequestro, ha presentato un esposto alla Procura di Pescara. Nella denuncia si chiede di identificare le persone che hanno postato su Facebook fotografie realizzate nei pressi del sito sotto sequestro.

È ovvio ormai che nella società 2.0 si scatta solo per condividere: ma è davvero questo lo scopo dei social network? Eliminare ogni forma di umanità e sensibilità per dar sfogo ad un ego smisurato, un protagonismo assoluto, vuoto, stomachevole che non ha nessuna forma di rispetto per il prossimo? Più una notizia è di tendenza più vale la pena condividere, non curandosi minimamente della sofferenza che si reca ad altre persone, non curandosi minimamente degli effetti che una semplice foto potrebbe avere sull’opinione pubblica.

All’hotel Rigopiano, così come in tante altre mete del turismo dell’orrore, non si è mancato di rispetto solo a delle povere persone scomparse e a tutti i loro familiari: si è mancato di rispetto ad ogni singolo essere umano. Un abbandono verso il prossimo che fa rabbrividire. D’altronde, il dolore tocca solo chi lo vive ma a volte mettersi nei panni degli altri fa capire tante cose.

Il dolore in primis.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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