Giacomo Leopardi, una vita tra realismo e #mainagioia

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Giacomo Leopardi, una vita tra realismo e #mainagioia

Giacomo Leopardi una vita tra gioie e mai una gioiaLe opere di Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), poeta dell’animo, si interrogano sulle certezze esistenziali, sulle idee e sulla concetto di identità: probabilmente nessuno tra i letterati classici italiani è stato in grado di coinvolgere i lettori tanto quanto è stato in grado di fare lui.

Impossibile non conoscerlo: anche chi a scuola non poteva sopportare di studiarlo, non può non ricordarsi la vita di Leopardi, il suo rapporto travagliato con la famiglia che lo spinse più volte alla fuga, i sette anni di studio matto e disperatissimo che gli portarono una vasta conoscenza delle lingue classiche e una sicura erudizione, al prezzo di non pochi danni alla salute fisica, ed infine i suoi capolavori più noti come L’infinito, A Silvia, Il Passero Solitario solo per citarne alcuni.

Giacomo Leopardi è passato alla storia come un letterato malinconico ed eterno pessimista, una visione estremizzata a tal punto che sui social troviamo l’ironica pagina Giacomo Mainagioia Leopardi, in cui il poeta di Recanati racconta le sue (ipotetiche) delusioni con l’hashtag #mainagioia.

Giacomo Leopardi una vita tra gioie e mai una gioia
L’Infinito

Il suo pensiero viene associato al pessimismo cosmico, egli accusa la natura come responsabile dell’infelicità umana, madre maligna che illude l’uomo con la felicità, un sentimento che non potrà mai essere soddisfatto, facendo della vita umana un insieme di delusioni e sofferenze. Evocativo il Dialogo della Natura e di un Islandese (Operette morali – 1824) in cui si percepisce tutta la visione meccanicistica della natura leopardiana:

Natura: La vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che chiascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo […]

Islandese: Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimanente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?

Con tutto il rispetto per la riflessione comune ma, più che pessimista, Leopardi era un fermo realista. Il suo pensiero in realtà è qualcosa di molto articolato che si è evoluto nel corso della sua vita. Sicuramente i gravi problemi fisici, la scoliosi, i problemi polmonari e la successiva malformazione della spina dorsale, i problemi neurologici oltre alla sua indole malinconica influirono nella elaborazione della sua filosofia, ma ciò che si legge nelle sue opere, più che pessimismo è realismo. Le sue poesie fungono da cassa di risonanza del dolore. Sin da giovane egli conobbe le difficoltà di una relazione con una famiglia bigotta (soprattutto la madre) e severa, la vita in una città troppo piccola per le sue grandi ambizioni: il suo pessimismo non è altro che la coscienza di chi ha conosciuto il dolore della vita, ne prende atto e non ne vuole restare indifferente.

Giacomo Leopardi una vita tra gioie e mai una gioia
Biblioteca della casa di Leopardi a Recanati

Dal suo Zibaldone di pensieri e dalla moltitudine di lettere che scrisse, si scopre anzi un Leopardi tenace, pronto ad esprimere apertamente la sua opinione. Un personaggio strano certo, che amava solo i gelati del pasticcere Vito Pinto e che estremizzava a tal punto le prescrizioni del medico tanto che se gli diceva di riposare qualche ora restava in camera anche una settimana intera: Giacomo Leopardi era un soggetto dalle abitudini bizzarre, ma aperto alla vita.

La sua fu una tensione continua tra gioia e maiunagioia, per usare il trend attuale, una riflessione che trova una conclusione nella ginestra, il fiore del deserto simbolo dell’uomo, che nonostante le molteplici avversità conosce la sua condizione e la accoglie con estrema dignità, la stessa dignità che ha mostrato Leopardi fino alla fine.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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