Reato di tortura: un “compromesso al ribasso” nonostante la Diaz

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Reato di tortura: un “compromesso al ribasso” nonostante la Diaz

Reato di tortura: un "compromesso al ribasso" nonostante la Diaz
La situazione in Europa riguardo il reato di tortura

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 recita nel suo Articolo 5 che «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.» Sono passati quasi settanta anni da quando la Dichiarazione è stata approvata, sessantasette da quanto il nostro paese ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nel 1950, e l’Italia non ha ancora introdotto il reato di tortura nel suo ordinamento penale. Lo farà, forse, tra molte difficoltà e polemiche, il prossimo 29 giugno, quando il testo approvato in Senato lo scorso 17 maggio approderà alla Camera dei Deputati.

Ventotto anni dopo aver firmato un altro documento contro la tortura, questa volta la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti delle Nazioni Unite, il Senato italiano il maggio scorso ha finalmente approvato il ddl contro la tortura. Non senza polemiche, però, che sono bipartisan: da una parte ci sono le associazioni per i diritti umani come Amnesty a Antigone; persino il senatore Luigi Manconi, promotore della proposta di legge originario, si è astenuto dal votare il provvedimento. Dall’altra parte, la destra l’introduzione di questo reato non lo vuole proprio, inneggiando come giustificazione l’autonomia delle forze dell’ordine, secondo loro minacciata dal decreto.

Il ddl, stravolto dal suo disegno originale, è stato definito come un «compromesso al ribasso» dai sostenitori, in quanto tutte le modifiche approvate in Senato non hanno fatto nient’altro se non renderlo praticamente inapplicabile in tribunale. Il nocciolo delle critiche riguarda il fatto che la versione approvata del disegno di legge dipinge il reato di tortura come reato comune e non proprio: ciò significa che sarà imputabile a chiunque, e non legato al singolo pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, come invece era previsto nella Convezione del 1984. Inoltre, nel testo si parla di «violenze» che devono essere «commesse mediante più condotte», e dunque ripetute: non basta strappare le unghie oppure mettere in pratica tecniche di privazione del sonno una volta sola per essere imputati, ma bisogna ripetere queste torture più di una volta. Per quanto riguarda la tortura psicologica invece, serviranno dei referti medici, anche ad anni di distanza… sempre che non si incappi nella prescrizione.

Pena massima prevista dal disegno di legge è di 12 anni se a commetterla è un pubblico ufficiale, aumentando della metà se la lesione è gravissima e fino a 30 se ne consegue la morte.

Reato di tortura: un "compromesso al ribasso" nonostante la DiazNella teoria dei diritti umani è di fondamentale importanza la distinzione tra obblighi positivi e obblighi negativi: i primi sono quelli che lo Stato ha nei confronti dei suoi cittadini, ovvero di proteggere e tutelare i loro diritti, i secondi invece sono gli obblighi del “non fare2. Non fare del male ai propri cittadini, non ledere i loro diritti umani, non interferire o mettere questi in pericolo. Ecco, questa proposta di reato di tortura va ad infrangere entrambi gli obblighi: da una parte lo Stato viene meno ai propri doveri di proteggere il cittadino, formulando una legge che di fatto risulta essere inapplicabile in tribunale; dall’altra, va a ledere i nostri diritti umani perché non garantisce la punibilità di atti di tortura che per via di compromessi morali inaccettabili non rientrano nella definizione fornita dal ddl.

Doveri che lo Stato Italiano ha leso in più di un’occasione, come dimostrano le condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Perché parlare di tortura, in Italia, vuol dire prima di tutto parlare della vergogna del G8 di Genova e della Diaz. Nel 2001 a Genova è avvenuta quella che secondo Amnesty International è stata «la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondial: un paese intero, in quella notte del 21 luglio 2001, ha assistito ad una sospensione dei diritti civili mai vista in un paese occidentale e democratico.

Genova in quei giorni di manifestazioni era stata messa a ferro e fuoco dai black bloc, e l’incapacità delle forze dell’ordine di isolare i violenti dai manifestanti pacifici si è poi trasformata in vendetta e carneficina alla Diaz. Le testimonianze raccontano che gli agenti, dopo aver sfondato con un blindato il cancello della scuola che era stata adibita a dormitorio, entrarono urlando «Black bloc! Adesso vi ammazziamo». Si trovarono di fronte  ragazzi, studenti, giovani venuti da tutta Europa, vecchi e donne. Insieme ai pestaggi, feroci e brutali, le umiliazioni: tagli di capelli, sputi in faccia, mimiche di violenze sessuali. Poi, 222 manifestanti, tra i quali i reduci della Diaz, vennero rinchiusi illegalmente nella caserma di Bolzaneto, dove furono sottoposti a un trattamento che in seguito i pubblici ministeri hanno definito tortura: marchiati e messi in delle celle minuscole con più di trenta persone, furono costretti a stare in piedi per ore con braccia in alto e gambe divaricate. Chi cedeva veniva nuovamente pestato e sottoposto a spray al peperoncino, docce fredde, minacce di stupro. Niente cibo, niente sonno, niente avvocato.

Reato di tortura: un "compromesso al ribasso" nonostante la Diaz
La Diaz, dopo il blitz della polizia

E nessuna spiegazione: nessuno è stato allontanato dalle forze di polizia, nessuno dei 150 poliziotti che hanno partecipato alle torture di quel giorno è mai stato effettivamente condannato – la sentenza della Cassazione è arrivata solo dopo che era scattata la prescrizione per i fatti – nessun politico o funzionario ha mai reso conto dei fatti. Per tre giorni è stata lasciata carta bianca alla polizia, e ne sono risultati pestaggi brutali su cittadini inermi la cui unica colpa era quella di aver manifestato civilmente e pacificamente. In nessun paese del mondo occidentale si era mai assistito a questo livello di brutalità, e il fatto che gli agenti non siano stati puniti va a rompere quel filo di fiducia che dovrebbe esserci tra Stato e cittadino.

Nessuno degli agenti e funzionari processati è stato accusato di tortura: la legge italiana non prevede questo reato. E il ddl che il 29 giugno i deputati si troveranno a votare non è abbastanza per sopperire ad una tale lacuna del nostro sistema giudiziario, per dare – simbolicamente – giustizia alle vittime della Diaz e per assicurarsi che un orrore del genere non accada mai più.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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