Il Vortice Filosofico – Maturità in fieri: quando gli esami non finiscono mai

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Il Vortice Filosofico – Maturità in fieri: quando gli esami non finiscono mai

La paideia della cultura greca

Tra circa una decina di giorni inizieranno su tutto il territorio nazionale gli esami di maturità, quel piccolo percorso ad ostacoli che da sempre è più un rito di passaggio che un’occasione didattica in sé: nulla o poco male, del resto l’esistenza è piena di riti di ogni tipologia, e la maturità rientra a pieno titolo tra i più degni di esseri vissuti. Come ogni anno i media promuoveranno il dibattito sulla sensatezza dell’evento in sé e delle singole prove, alimentando prese di posizione, qualche estremismo e nulla di più: ma se si vuol tentare di salvare questo avvenimento scolastico dalla stanca ripetizione di sé e dalla banalizzazione mediatica, le possibilità esistono; ad esempio si potrebbe riflettere sul senso più profondo della nozione di maturità, slegandola per un attimo dal contesto scolastico e dall’urgenza di un voto in centesimi.

Ecco che allora qualcosa di più stimolante si affaccia: le maturità della vita umana sono processi conclusivi che determinano un punto d’arrivo? La medicina non ha dubbi circa affermativa della risposta, tanto da sostenere che la maturità corrisponde ad un «Pieno compimento della crescita fisica e psichica per un determinato periodo della vita dell’uomo»; ma le cose, filosoficamente parlando stanno in un assetto un po’ più problematico e assai meno immediato: questa fisionomia complessa della maturità è disposta a partire dal suo legame con l’idea di παιδεία (paideía), ovvero di quel concetto ampio che in italiano rendiamo con educazione. Dalla grecità platonica fino ai giorni nostri, passando per grandi teorici della formazioni come, solo per nominarne uno, Rousseau, la filosofia ha sempre teso ad intendere il momento educativo come un’estensione temporale dilatata all’infinito, mai conclusa. Così la maturità diviene un cammino la cui essenza risiede nel camminare piuttosto che in alcun punto d’arrivo. Certo gli obiettivi singoli e i loro raggiungimenti sono importanti, questo è innegabile, tuttavia quello che spoglia i processi educativi del velo della banalità è lo sforzo mentale di pensarli come stratificazioni per esagerazione, che si strutturano sempre e senza un limite, un fine.

Erich Fromm

In tale logica l’individuo può vivere migliaia di maturità, ciascuna delle quali fungerà da fondamenta per la successiva, in un perpetuo moto vorticoso: quando lo psicoanalista tedesco Erich Fromm si domandava «Perché la società dovrebbe sentirsi responsabile soltanto dell’educazione dei bambini, e non dell’educazione degli adulti di ogni età?», esemplificava in certa maniera quanto appena sostenuto, credendo che l’educazione, la maturità, non siano doveri di una fase della vita ma valori morali trasversalmente comuni a tutta la durata dell’esistenza umana. Se intraprese secondo questa visione, maturità ed educazione, divengono concetti ad alto potenziale gnoseologico: quella che sviluppa la dedizione continua all’educazione non è una semplice conoscenza di fatti, appunto, bensì la condizione stessa della loro conoscenza. Possiamo conoscere il mondo, talvolta con un buon grado di oggettività, solo se la tensione alle maturità è sostenuta da un impianto motivazionale di questo tipo; ma ragioniamo sui mondi possibili al fine di convincerci sul tema: immaginiamo un mondo in cui le maturità, un po’ come vorrebbe la definizione medica, segnano davvero il raggiungimento del sapere, e dopo le quali le persone perdono gran parte, se non tutto, dell’impulso all’educazione e alla formazione; aggiungiamo poi al nostro esperimento una catastrofe, un blocco delle nascite dovute, tanto per stare attuali, all’eccessivo inquinamento; ecco in uno scenario del genere il giorno della maturità dell’ultimo nato si fermerebbe la vitalità del genere umano, nessuno più produrrebbe nulla di nuovo o quantomeno di diverso da quanto gli è permesso dalla formazione ricevuta. Il disegno è apocalittico: avremmo persone più e meno giovani a cui resterebbe solo di attendere la morte senza poter pensare in maniera nuova, senza poter alimentare il vortice di cui sopra. Il nostro mondo possibile sarebbe meno spaventoso, pur mantenendo una dose di catastroficità, se le persone che lo abitano pensassero l’educazione come un dovere infinito, un fluido inarrestabile: questo, sempre all’interno dei limiti teoretici di un esperimento mentale filosofico di poco più lungo di dieci righe, consentirebbe anche, in linea di principio, più possibilità di rovesciare il blocco delle nascite, ammettendo infatti la possibilità di avanzamento della ricerca scientifica.

Insomma, al di là delle cogitazioni filosofiche più spinte ed immaginifiche, le maturità e l’educazione sono cose davvero serie: sono principiali, il loro modo di essere pensate inclina per una parte piuttosto che per un’altra il nostro agire, il nostro disporci verso le cose e le persone. Anche il ruolo sociale dell’educazione è qualcosa su cui poco si medita: come dice lo psichiatra italiano Vittorino Andreoli «”Educare” vuol anche dire “venire educati”. Quella educativa è una relazione a due dove chi educa e chi è educato non sono distinguibili», nella quale dunque i processi socializzanti emergono con notevole spinta scalzando le brutture comportamentali che vengono a galla nei cosiddetti contesti diseducativi.

Così anche l’educatore non è mai maturo tout court, egli, per dirla con le parole della Montessori, dà all’educando «Un raggio di luce, per poi seguire il proprio cammino», mai pago e sempre consapevole che più raggi di sole si accenderanno, maggiore sarà la luminosità del mondo che gli esseri umani abitano.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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