Music and Poetry – “The ghost of Tom Joad”, il Furore di Steinbeck secondo il Boss

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The highway is alive tonight / but where it’s headed everybody knows / I’m sittin’ down here in the campfire light / waitin’ on the ghost of Tom Joad.

The Ghost of Tom Joad
Il Boss a Sanremo

Era il 20 febbraio del 1996 e Pippo Baudo era appena riuscito nella straordinaria impresa di aprire la quarantaseiesima edizione del Festival di Sanremo con un tale proveniente dal New Jersey: un certo Bruce Springsteen. Io, ahimè, non potei assistere allo spettacolo in diretta televisiva, visto che avevo da qualche ora compiuto dieci giorni, ma ho visto e rivisto più volte quell’impeccabile esibizione live del Boss.

Baudo lo presentò dalla platea, non dal palcoscenico. Trattamento, questo, mai riservato a nessun artista, né prima né dopo. La RAI mise addirittura i sottotitoli, per far sì che tutti potessero apprezzare la poesia che sarebbe stata cantata quella fredda sera di inizio festival. «Perché di questo artista bisogna apprezzare la musica, ma molto di più le parole, quello che dice». Il Pippo nazionale, almeno, un tentativo lo fece. E poco importa se alla fine del Festival tutti si ricorderanno soltanto della partecipazione dei Take That: Sanremo, senza meritarselo poi molto, è riuscito per sei minuti ad entrare nella vita di Bruce Springsteen.

The Ghost of Tom Joad
Una vecchia edizione del romanzo

E lui ha ripagato, come continua a fare ancora oggi, chi ha voluto (e saputo) ascoltare.

Solo lui sul palco, lo Springsteen che abbiamo conosciuto con l’album Nebraska, munito di chitarra, armonica e tanta, ma tanta rabbia. Una rabbia che è presente in tutto il disco The Ghost Of Tom Joad, ma che proprio nell’omonima traccia esplode con una tale sincerità, da farti venir quasi voglia di smettere di sentire, di chiudere lo stereo e andare a guardare i cartoni animati, giusto per tirarti su il morale. Dico “quasi”, perché alla fine non si chiude mai. Alla fine vuoi sapere cosa pensa Tom. E quindi cosa pensa Bruce. E quindi cosa pensi anche tu, che fai di tutto per non fermarti a pensare.

Uomini che camminano lungo i binari della ferrovia / diretti da qualche parte dove non c’è ritorno / Elicotteri della stradale spuntano dalla collina / una zuppa bollente sul fuoco sotto un ponte / la fila per un ricovero che fa il giro all’angolo / Benvenuti nel sistema del nuovo mondo / famiglie che dormono nelle loro macchine nel Sud-Ovest / niente casa, niente lavoro, niente pace, niente riposo.

The Ghost of Tom Joad
John Steinbeck

L’omaggio è chiaramente a quella pietra miliare della letteratura americana che è Furore, di John Steinbeck, del 1939. Steinbeck descrisse la migrazione di tutte le popolazioni del Midwest verso la California, a seguito delle Dust Bowl, ovvero tempeste di polvere che avevano reso impossibile la coltivazione. Qui inizia il viaggio della famiglia Joad, tra la malinconia e l’angoscia per aver abbandonato la propria terra, e il sogno di una regione verde speranza, quella California che amorevolmente li avrebbe ospitati. Dove ci sono campi immensi di arance e limoni, dove tutti trovano lavoro e dove si poteva riscostruire una vita degna di persone che avevano sempre lavorato senza rubare nulla a nessuno. Non andrà così, non va mai così.

Springsteen ha “solo” preso Furore e l’ha allargato a tutto il mondo in chiave moderna. Dall’Oklahoma degli anni ’30 il discorso è ormai universale negli anni ’90. Tutti contro tutti, è il nuovo sistema mondiale. Non c’è pietà per i personaggi del Boss, perché non c’è pietà nella vita che conduciamo tutti i giorni. Il suo è realismo sporco, è gente che beve dall’acquedotto cittadino e poi si illude di farsi forza con una preghiera.

Una scena di una riduzione filmica di Furore

E in questo mondo grigio e depravato, dove il banchiere ingrassa e il povero crepa di fame (e scusate il cliché), nonostante tutto, non manca la speranza, amica fedele e onnipresente nella discografia del Jersey Boy di Asbury Park. La speranza, in Springsteen come in Steinbeck, è Tom. Tom che non ha nessuna intenzione di piegarsi, che ha visto la sua famiglia inginocchiarsi e non pensa che debba andare per forza così. Tom che ha fiducia nell’uomo, che crede ancora che tutti insieme si possa spostare il fucile dalla nostra tempia a quella della crudeltà. Tom che difende chi «ha un buco nella pancia e una pistola nella mano». Tom che si sacrifica per qualcosa più grande di un pasto sicuro.

Tom che ora non c’è, che va aspettato.

Tom diceva:

Mamma, ovunque ci sia un poliziotto che picchia un ragazzo / ovunque un neonato pianga per la fame / ovunque ci sia una battaglia contro il sangue e l’odio nell’aria / cercami mamma, io sarò là / Ovunque ci siano uomini che lottano per un posto dove stare / o per un lavoro decente o per una mano che li aiuti / Ovunque ci sia gente che sta lottando per essere libera / guarda nei loro occhi, Mamma, e tu vedrai me.

Tom è l’Isola che non c’è: esiste se ci credi. Alza gli occhi al cielo, seconda stella a destra: Tom è là.

Il punto è che in alto non guarda più nessuno.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Andrea dice

    Stavo riascoltando questa magnifica canzone,ho cercato la traduzione, nonchè il significato della stessa e mi sono imbattuto in questo articolo.Complimenti per questo articolo,mi hai fatto emozionare,bello davvero!!!

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