Bob Dylan, alla fine, ci ha spiegato cosa c’entra la sua musica con il Nobel

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Bob Dylan, alla fine, ci ha spiegato cosa c’entra la sua musica con il Nobel

Bob Dylan, alla fine, ci ha spiegato cosa c'entra la sua musica con il Nobel 13 ottobre 2016: Bob Dylan vince il premio Nobel per la Letteratura. A dicembre diserta  la cerimonia ufficiale, dove Patti Smith fa le sue feci cantando A hard rain’s a-gonna fall*. Ad aprile poi ritira il premio, ma il lungo iter per ricevere un Nobel non finisce qui: deve scrivere un discorso ufficiale per beneficiare dei  819mila euro destinati a chi vince. Sul filo del rasoio, Dylan invia il discorso che potete ascoltare su YouTube. 27 minuti in cui, alla fine, il cantante cerca di dare risposta a questa domanda problematica: cosa c’entra un cantautore con la letteratura?

Alla fine, forse nemmeno lui riesce a darsi una risposta, nonostante ci abbia pensato tutti questi mesi. Non nasconde lo sconcerto di aver ricevuto questo titolo, essendo lui un menestrello e non certo uno scrittore.

Eppure, vuole provare a darla una risposta: tanto a chi lo ascolta, quando a se stesso. Un po ‘ quello che fa chi scrive, o canta, o suona: lo si fa per gli altri, certo. Ma anche per se stessi, per conoscersi, per amarsi, per capirsi, per odiarsi e ritrovarsi, per specchiarsi negli occhi di chi, forse, può ridarti un’immagine che ti faccia capire chi sei.

Bob Dylan parte a parlare di Buddy Holly, senza il quale sicuramente non avrebbe mai fatto la musica: scopre il Country Blues e comincia a suonare quella vecchia musica che non conosceva ma che impara lentamente ad amare. Suona nei locali, anche per gruppi di 4 o 5 persone e inizia a conoscere ogni piccola sfaccettatura di quelle canzoni, abbandonandosi a quel lato così intimistico del fare musica. Inizia poi a scrivere cose sue, e non c’è certo bisogno di raccontarvi quanto successo abbia avuto Dylan nella sua vita.

In questo discorso, dotato di una musicalità e di una grazia ammaliante (ve ne consiglio seriamente l’ascolto), il premio Nobel ci parla di tre testi, come di tre pilastri fondamentali della sua produzione: Moby Dick di Herman Melville, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque e l’Odissea di Omero.

Bob Dylan, alla fine, ci ha spiegato cosa c'entra la sua musica con il Nobel Lui stesso ammette di aver usato tanta dell’ispirazione giunta da questi testi nelle sue canzoni: il viaggio, il pericolo, il ritorno. Moby Dick, per chi ha avuto il piacere di leggerlo, è notoriamente un crogiolo di allegorie, soprattutto religiose: c’è Ismaele (o Ishamel), unico sopravvissuto di un viaggio senza meta, alla ricerca di quella balena bianca, spesso accostata a figure diaboliche. C’è Achab che porta avanti questa sua lotta interiore contro la bestia (che poi, a onor del vero, è un pescecane) e perde a tal punto la testa da far morire tutto l’equipaggio del Pequod nella dura lotta contro Moby Dick.

Il dolore è anche in Niente di nuovo sul fronte occidentale, per colpa del quale, dice Dylan, l’adolescenza finisce, e si scopre il vero dolore. La mancanza di gioia. Insomma, l’età adulta.

L’ultimo grande richiamo è l’Odissea: forse il libro per eccellenza dei viaggi, non a caso inserito nella tradizione omerica dei nostoi, i racconti dei viaggi di ritorno dei grandi eroi della guerra di Troia. Odisseo cerca in tutti i modi di tornare, ma per farlo impiega 20 anni: anni di venti avversi, di viaggi inaspettati, di mostri e di donne seducenti. Viaggi in cui sconfigge i giganti, lotta contro tutti, torna a casa vestito da misero schiavo: lì, dove sarebbe re, solo la balia lo riconosce. Lui, Nessuno contro cento, non più padrone della sua reggia.

Bob Dylan, alla fine, ci ha spiegato cosa c'entra la sua musica con il Nobel Dylan sembra quasi dire, almeno per chi scrive, che non è la gloria il vero obiettivo del suo viaggio. Non sono quei 900mila euro a cambiare la sua vita, e forse nemmeno la gloria del premio: sì, si capisce dalle sue parole che l’idea di rifiutarlo deve essergli venuta.

Ma alla fine, ci dice, ha condiviso nelle sue canzoni i tanti temi che arrivavano da lì, da quei tre libri, e da tanti altri: ha scritto di viaggi, di eroi e di antieroi, di pene e dolori, proprio come i grandi della letteratura. Ma quello che importa davvero non è cosa significa, cosa c’e dietro a una canzone: l’importante è che suoni bene. Esattamente come Shakespeare: prima ancora del significato, la cosa bella è che suona bene.

Suona.

Le canzoni vivono nella terra della letteratura proprio perché suonano, perché cantano, al di là dei loro significati.l Shakespeare non è scritto per essere letto, ma recitato in teatro: oseremmo mai dire che non è letteratura?

E alla fine Bob Dylan chiosa su quelle parole di Omero che, da sole, forse avrebbero spiegato meglio di qualsiasi discorso perché, alla fine, la letteratura è musica e la musica è letteratura:

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…

* Sapete che A hard rain’s a-gonna fall si rifà ad una antica ballata medievale inglese, Lord Randall?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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