#EtinArcadiaEgo – Da giuliano a gregoriano: storia del nostro calendario

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Tempus fugit è probabilmente una delle espressioni latine che più hanno inciso sulla nostra cultura. La caducità e la sfuggevolezza del tempo hanno da sempre ispirato legioni di poeti, filosofi e letterati da bar. Ma la cosa più strana è che nel corso della storia, precisamente fra il 5 e il 15 ottobre dell’anno 1582 il tempo non solo fuggì, ma scomparve. Evento impossibile? No, semplice calcolo matematico, quello che portò a uno degli eventi più incredibili della storia dell’uomo: il cambio di calendario.

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Giulio Cesare

Semplice calcolo si fa per dire, dato che i dibattiti fra scienziati (fra cui anche Niccolò Copernico), matematici e astronomi durarono oltre un centinaio d’anni. Prima del fatidico ottobre 1582, infatti, era ancora in vigore l’antico calendario giuliano, ovvero quello elaborato in epoca romana dall’astronomo alessandrino Sosigene e promulgato da Giulio Cesare (da cui prende il nome) nel 46 a.C. Il calendario giuliano, costruito sulla base di quello egizio, è in fondo la base fondamentale del moderno calendario: l’anno, diviso in dodici mesi, aveva inizio nel mese di gennaio (dedicato al dio bifronte Giano, simbolo del passaggio da un anno all’altro) e fine nel mese di dicembre. Ovviamente, era impostato sui giorni della tradizione romana, come Calende, None e Idi, dai quali era calcolata la data.

Era un calendario davvero ottimo per l’epoca, specie se si considera che gli stessi astronomi antichi, con le loro misere strumentazioni di calcolo, avevano già individuato il problema dell’incongruenza fra anno solare (il tempo impiegato dalla Terra a compiere un completo giro attorno al sole) e il calendario, proponendo l’aggiunta di un giorno ogni tre anni, detto bisestile perché inserito dopo il 24 febbraio, dunque nel giorno bis sextilis ante calendas martias. Questa aggiunta permise di ridurre molto lo scarto fra anno solare e calendario: in totale, si andava a perdere circa un centesimo di giorno ogni anno.

Tuttavia, questa piccolissima imprecisione si accumulò negli anni e già nel Medioevo gli studiosi si interrogarono su questa vera e propria perdita di tempo, che spostava man mano all’indietro la data di inizio delle stagioni. Lo stesso Dante in Paradiso XXVII cita il centesimo di giorno che stava pian piano scombussolando le date delle festività e delle stagioni. Si calcolò infatti che la perdita era di un giorno ogni 128 anni.

La problematica principale però era di natura non scientifica ma di fede: il calendario giuliano era stato ordinato come calendario della cristianità da una figura imponente come Costantino, il primo imperatore cristiano, e ratificato dal celebre Concilio di Nicea (in cui si era per altro già discusso dell’imprecisione) nel 325 d.C, presieduto dallo stesso imperatore. Insomma, non erano esattamente decisioni prese da un qualunque potentato in un momento storico insignificante: a Nicea si era formato gran parte del cristianesimo come lo conosciamo oggi e ancor più come lo conoscevano nel Tardo Medioevo e nel Rinascimento. Servivano prima di tutto promotori e condizioni di una certa rilevanza.

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Papa Gregorio XIII

La scintilla arrivò nella seconda metà del Cinquecento con la Controriforma: in un clima di ferventi lavori in seno alla Chiesa, Papa Gregorio XIII si interessò personalmente della questione, nominando una commissione per risolvere l’annoso problema temporale. Ormai infatti il ritardo sull’anno solare era di dieci giorni circa, una differenza enorme. La commissione, presieduta dal gesuita Cristoforo Clavio, lavorò sugli studi fatti da Copernico sulla questione alcuni anni prima. Il risultato fu quello che oggi chiamiamo calendario gregoriano, dal nome di Papa Gregorio. Un calendario solare diviso in dodici mesi da 28, 30 o 31 giorni, e l’introduzione del bisestile ogni quattro anni, salvo alcune eccezioni. Importante innovazione era la data, che andava a sostituirsi ai calcoli del giorno a partire dalle calende, none e idi. Ora il celebre centesimo di giorno del calendario giuliano era diminuita a soli ventisei secondi, riducendo e di molto il margine di errore.

Restava però il problema dei dieci giorni di ritardo. La soluzione fu a dir poco epocale: i giorni dal 5 al 14 di ottobre del 1582 furono saltati e per la storia non sono mai esistiti. Siamo davanti all’unica volta in cui si può dire con certezza che l’uomo ha vinto la corsa contro il tempo

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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