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Damien Hirst: tra provocazione ed ironia, un viaggio tra la vita e la morte

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Damien Hirst: tra provocazione ed ironia, un viaggio tra la vita e la morte

Damien Steven Hirst (Bristol, 7 giugno 1965) è uno degli artisti più estremi e provocatori degli ultimi 50 anni. Facente parte del gruppo degli Young British Artists, quello che l’artista indaga principalmente è il senso della vita quindi della morte. Questa sua ricerca è stata scatenata da un episodio che lo colpì particolarmente da giovanissimo: all’età di 16 anni Hirst fu portato da un amico, che studiava biologia, a visitare l’obitorio e rimase profondamente affascinato dai corpi senza vita che si trovò davanti. Completamente coinvolto da quell’esperienza, subirà i suoi effetti più tardi, quando inizierà cioè a dar vita alle sue opere. Guardare le opere di Hirst, infatti, è come intraprendere un viaggio in bilico sul sottile filo che lega la vita alla morte.

Damien affronta una cosa che a nessuno piace, la fine dell’esistenza: le sue opere si interrogano sul senso della vita e invita a riflettere sulla sua caducità, poiché secondo lui l’artista ha il compito di farci fare i conti con gli aspetti più scomodi della realtà. Sicuramente i suoi metodi non sono tra quelli più benevolmente accettati: fare appezzi una mucca, metterla in una vetrina e mostrare come dà da mangiare a delle larve, o ancora imbalsamare uno squalo tigre, non sono certo esempi di arte facili da scordare! Hirst è sicuramente un artista controverso, intorno alla sua figura girano diverse opinioni: c’è chi lo considera un sadico che usa gli animali in maniera sconsiderata per la sua produzione artistica e chi, invece, lo definisce un abile stratega del marketing.

La morte è un tema centrale dunque, ma lo è anche la sua esorcizzazione attraverso, ad esempio la medicina, che è una delle ossessioni dell’artista, come si evince dalle opere costituite da teche contenenti pillole e vetrine con medicinali meticolosamente organizzati.
Un’altra tematica spinosa da lui affrontata è ad esempio l’auto-distruttività della società contemporanea: ecco dunque una vetrina che si trasforma in una prigione claustrofobica, che racchiude una sedia d’ufficio e una scrivania sulla quale ci sono un portacenere pieno, un pacchetto di sigarette e un accendino, strumenti moderni di morte da cui l’uomo dipende, fino a rimanerne intrappolato. Non a caso l’opera è intitolata The Acquired Inability to escape (L’acquisita capacità di scappare).

The Acquired Inability to escape

Le opere di Damien Hirst inducono lo spettatore ad una immedesimazione fisica obbligatoria, dunque l’arte non è più solo ed esclusivamente coinvolgimento emotivo. Infatti nasconde significati molto profondi, difficili da comprendere senza uno sguardo attento proprio per questo suo “modo violento” di fare arte: per capire questo artista bisogna entrare nell’opera come nella sua mente, quindi contestualizzarla e comprendere quali punti di contatto ha con la realtà del singolo.

Molti critici però non ritengono affatto che Hirst sia un artista paragonandolo, per esempio, a Michelangelo, artista per eccellenza: per costoro, le idee dell’artista di Bristol sembrano solo delle “bestemmie pretenziose”. Ma paragonare i due artisti o peggio, aspettarsi che l’arte di Hirst sia uguale a quella Michelangelo è un’idea anacronistica. Damien Hirst è il frutto della nostra epoca, mette in scena orrori che noi tutti conosciamo, affronta il tema del ciclo della vita in una maniera esasperata, esagerata, ma cos’è la nostra epoca se non esagerazione ed esasperazione di miti e credenze?
Non c’è una via di mezzo: l’opera di Damien Hirst o lo si ama o lo si odia, ma sicuramente non passa inosservata.

Rosanna D’Alessandro per MIfacciodiCultura

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