Esiste una scelta giusta sulla “morte dignitosa” di Totò Riina?

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Esiste una scelta giusta sulla “morte dignitosa” di Totò Riina?

Esiste una scelta giusta sulla "morte dignitosa" di Totò Riina?Ne parlano tutti, ma è giusto fare ordine nelle notizie. Lo scorso anno il tribunale di sorveglianza di Bologna ha bocciato la richiesta di differimento di pena (ovvero, l’uscita dal carcere) o gli arresti domiciliari per Totò Riina, il quale, per le condizioni di salute troppo aggravate non può avere le giuste cure in carcere. La prima sezione penale della Cassazione, però, accoglie il ricorso della difesa di Riina: questo, però, non implica che abbia accettato a far uscire il boss dal 41 bis. Ha invece richiesto al tribunale bolognese di giustificare il proprio diniego, dimostrando che la permanenza nel carcere di Parma non aggravi le condizioni – già critiche, visto i due tumori ai reni e le molte altre patologie – e assicuri comunque a Riina una morte dignitosa.

Questa frase ha scatenato il putiferio, online e non solo, scomodando le povere anime delle vittime uccise più o meno indirettamente dal boss, partendo da Falcone e Borsellino. Quel sentimento patriottico, di cui non sembriamo ricordarci mai, ha iniziato ad emergere, dando il via ad una sequela di banalità su come una morte dignitosa non sia mai spettata a chi è morto per le mani di Cosa Nostra. Sia chiaro: il sentimento dei famigliari delle vittime è più che comprensibile, umano e lecito: il senso di ingiustizia di fronte ad una simile possibilità, contando anche i più di vent’anni di latitanza di Riina e le cose orribili che è riuscito a fare nonostante fosse in carcere, è una reazione lecita. Giusta. Normale.

D’altro canto, qui si sta mettendo all’opera quanto è scritto sulla nostra Costituzione, per cui nessun uomo, neppure la belva, può morire in condizioni non dignitose all’essere umano. Potremmo chiederci se Totò Riina sia un essere umano, ma la risposta forse la dà già quel soprannome.

Belva.

Ma alla fine chi può davvero giudicare quale sia la scelta giusta per la morte di Riina?

Esiste una scelta giusta sulla "morte dignitosa" di Totò Riina?
Falcone e Borsellino

«Riina è ancora il capo di cosa nostra, deve rimanere al 41 bis». Sono le parole del procuratore antimafia Franco Roberti in un’intervista al Corriere della Sera. Questa è già una motivazione più seria, oltre alla reazione di pancia che tutti – compreso chi scrive – abbiamo avuto di fronte alla richiesta della Cassazione: Riina ha già dimostrato di essere il capo di Cosa Nostra anche stando in galera, sotto il regime di carcere duro. Cosa potrebbe fare una volta fuori? Se in Italia si trova un boss latitante da anni e gli si baciano le mani mentre viene portato in prigione, cosa si potrebbe fare nella camera di ospedale di Toto Riina? L’elogio e la santificazione di boss mafiosi non è certo quello di cui ha bisogno oggi il nostro Paese.

Ricordiamoci che Riina non “abdicò” mai al suo ruolo di capo di Cosa Nostra: nonostante Bernardo Provenzano venga considerato il suo successore, non venne mai riconosciuto tale da Rina, che lo considerò stupido come una gallina (ma gli riconobbe l’abilità nello sparare, perché è giusto riconoscere ad ognuno i suoi pregi). Il Pm Nino Di Matteo, che rappresenta l’accusa nel processo in corso a Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, vive sotto scorta per le minacce che Riina fece dal carcere. Forse, è un soggetto troppo pericoloso per essere lasciato ai domiciliari?

Ma qui entrano in campo altri due grandi protagonisti di questa storia: Provenzano e la trattativa Stato-Mafia.

Nel 2006, dopo 43 anni di latitanza, Bernando Provenzano finisce in carcere. Considerato anch’egli un pericoloso boss mafioso viene condannato al 41 bis. Nel 2016 muore in carcere, ma in condizioni tutt’altro che dignitose per l’essere umano: l’uomo era ormai in stato vegetativo quando morì, ma mai nessuno prese in considerazione l’idea di scarcerarlo, nonostante le richieste degli avvocati. Per quanto fosse un pericoloso malavitoso era anche in coma vegetativo: quale dritte avrebbe mai potuto dare, fuori dal carcere? Eppure uscì dalla galera solo da morto, e sembrò giusto così.

Perché ora per Riina, che per quanto malato non è nelle condizioni disastrose in cui versava il collega dal cervello di gallina, la cosa dovrebbe essere diversa? Parliamo del 2016, quindi relativamente poco tempo fa: non si può certo fare leva sul fresco e vivo ricordo delle stragi appena compiute. Cosa è cambiato in un anno?

E poi c’è questo altro fantomatico protagonista, la trattativa Stato-Mafia, di cui Provenzano si è già portato abbastanza segreti nella tomba: forse che qualcuno non voglia rischiare di finire in carcere a fare compagnia a Riina, nel caso il suddetto cantasse qualche verità scomoda per chi siede ai piani alti? 

Esiste una scelta giusta sulla "morte dignitosa" di Totò Riina?
B. Provenzano

Perché, altrimenti, si fa davvero fatica a capire questo cambio di rotta. Perché Provenzano non meritava nessuna dignità nella morte, ma Riina sì? Quale sarebbe l’elemento cruciale che ha fatto scattare l’ago della bilancia?

Riina merita di morire dignitosamente? Non credo sia nessuno di noi a doverlo decidere. C’è uno Stato che agisce per noi, anche quando le sue scelte non ci siano gradite. Il carcere in Italia non è – non dovrebbe – punitivo, ma riabilitativo: per chi, diciamocelo, non può essere nemmeno riabilitato, non vale la detenzione in via punitiva. La Cassazione si sta accertando che un uomo possa morire come  tale e non come una bestia: sta, ahinoi, facendo il suo lavoro, anche se si tratta di Riina. Perché lo Stato non è un uomo incattivo e preso dalla rabbia: è la scelta ragionata e ragionevole, quella – si spera – migliore per i più. Giammai per tutti.

Sarà Dio, se c’è e ci ascolta, a decidere le sorti dell’anima di Totò Riina. Sarà lo Stato a decidere il suo destino sulla Terra.

Potrei giocare facile e parlare di Dj Fabo e dei tanti italiani che devono fuggire per trovare una morte dignitosa. Potrei parlare di Falcone e Borsellino, che morirono per salvarci da persone come questo boss. Potrei facilmente fare leva sul sentimento di rabbia e indignazione, prendendo facili like.

Potrei fare tante cose, eppure una sola faccio fatica a fare davvero: avere fiducia nel mio Stato e nella sua capacità di discernere quale sia una morte dignitosa e del destino di chi, alla fine, si occupi davvero.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

 

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