Afghanistan: un labirinto di cui non si riesce a vedere l’uscita

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Afghanistan: un labirinto di cui non si riesce a vedere l’uscita

Afghanistan, un labirinto del quale non si vede l'uscita
Immagini dell’attentato del 31 maggio scorso a Kabul, Afghanistan

Fumo, sangue e morte: Kabul, capitale dell’Afghanistan, il 31 maggio si è svegliata in queste condizioni, dopo che un camion bomba è stato fatto esplodere a Zanbaq Square, cuore del quartiere diplomatico di Wazir Akbar Kha, fino ad allora considerato il più sicuro della capitale, la “zona verde” dei palazzi delle istituzioni e delle ambasciate di Pakistan, Germania, Iran, Francia e Giappone. Il Califfato, che ha rivendicato immediatamente l’attacco, ha voluto tingere di rosso l’inizio di questo Ramadan, colpendo un paese già devastato dagli attacchi dei talebani, dalla guerra contro lo stesso Stato Islamico e da violente proteste interne.

Ci ricordiamo dell’Afghanistan solamente quanto il numero dei morti è talmente elevato che i nostri media decidono di parlarne: non è cinismo, è una semplice constatazione dei fatti. Quella in Afghanistan è una guerra che va avanti da talmente tanto tempo – 16 anni – che oramai ce la siamo quasi dimenticata, sebbene l’Italia abbia il secondo contingente militare nel Paese, secondi solo agli Stati Uniti. Questa volta la guerra è tornata nelle pagine dei nostri giornali, e nei servizi dei telegiornali perché quello che è avvenuto mercoledì scorso è probabilmente il peggiore attacco nel paese dal 2001 – come lo ha definito Cecilia Strada: 90 i morti, centinaia i feriti e gli ospedali al collasso, anche perché molti – tra i quali quello di Emergency – sono stati danneggiati dall’esplosione.

Afghanistan, un labirinto del quale non si vede l'uscita
La storica regione del Grande Khorasan

Solamente un mese fa un’altra autobomba era stata fatta esplodere al passaggio di un convoglio militare della Nato nei pressi dell’ambasciata degli Stati Uniti: 25 feriti e 8 vittime civili, sempre la stessa rivendicazione, quella del gruppo Khorasan, una sezione dell’Isis che agisce in Afghanistan e Pakistan. A inizio marzo sempre la stessa cellula aveva preso d’assalto l’ospedale Sardar Mohammad Daud Khan, il principale ospedale militare della capitale dove vengono curati membri delle forze di sicurezza e i loro familiari. I miliziani, travestiti da infermieri e dottori, dopo essere entrati nell’ospedale avevano fatto una carneficina di medici e pazienti, un bilancio di 30 vittime e 50 feriti.

Una scia di sangue che dovrebbe farci riflettere sulla situazione nel paese, spesso accantonata, soprattutto alla luce del smantellamento dell’operazione Isaf ( International Security Assistance Force), una forza internazionale per la stabilizzazione dell’Afghanistan sul territorio dal 2001 e ritirata nel 2014. Sebbene la missione Resolute Support, che mira ad addestrare le truppe afghane, abbia preso il posto di Isaf, la situazione dal 2014 non è affatto migliorata: il governo afghano, che si ritrova a combattere su più fronti contro i talebani e contro Daesh, ha dimostrato di non saper garantire un’illusione di sicurezza neanche nel cuore della capitale, spingendo migliaia di cittadini a scendere in piazza all’indomani dell’attentato per chiedere le dimissioni del governo – proteste che, a loro volta, hanno portato a cinque vittime civili.

Altro grave problema, legato sempre alla sicurezza, sono le infiltrazioni dei gruppi legati all’Isis nel paese: la regione più contesa, e pericolosa, è proprio quella del Khorasan, tra Afghanistan e Pakistan, da cui prende il nome la cellula responsabile degli ultimi attentati. Regione contesa non solo tra miliziani del Califfato ed esercito regolare afghano, ma anche teatro di scontri tra Isis e Al Qaeda. Con il Califfato che inesorabilmente vede le sue conquiste territoriali in Iraq e Siria diminuire giorno dopo giorno, gli sforzi per conquistare la regione, di importanza strategica oltre che simbolica, in quanto luogo dove i “veri credenti” si rifugeranno prima dell’Apocalisse, si sono moltiplicati.

Afghanistan, un labirinto del quale non si vede l'uscita
La devastazione causata dall’attentato del 31 maggio

A questo scenario non ha certo giovato l’intervento Usa, che il mese scorso ha deciso di lanciare la «madre di tutte le bombe» nella provincia afghana di Nangarhar per colpire degli obiettivi dell’Isis. A questo attacco hanno risposto proprio con l’attentato dell’altro giorno, rivendicato come  «la madre di tutte le autobombe». È impensabile risolvere la situazione contando solo su interventi d’aria e lancio di bombe: oltre che l’incredibile rischio di commettere vere e proprie stragi di civili innocenti, semplicemente l’esercito afghano, sebbene supportato dagli oltre 13mila militari di Resolute Support, non è in grado di fronteggiare la situazione; tornare sul territorio, d’altro canto, è un’arma a doppio taglio per gli Stati Uniti.

Da una parte l’amministrazione Trump non può ignorare il problema Afghanistan: non solo si tratta della guerra più lunga combattuta dagli Usa – sono nel territorio dal 2001 – e costata miliardi ai contribuenti oltre che molte vite di soldati americani, ma con la Russia che cerca di rafforzare la sua posizione nell’area, la Nato sembra obbligata a reggere il confronto. D’altra parte risolvere il conflitto comporterebbe un massiccio intervento sul territorio – Obama, prima del ritiro delle truppe tanto promesso in campagna elettorale, portò il numero di soldati americani sul territorio a oltre 100mila -, ritorno molto osteggiato dall’opinione pubblica americana.

Quello che è certo è che la soluzione non è solo di natura militare: bisogna prima di tutto affrontare le ambiguità di Stati che si professano alleati dell’Occidente e in realtà sono i primi sostenitori dei gruppi estremisti sunniti come l’Isis o Al Qaeda, e di altri che pur professandosi in prima linea nella lotta contro il terrorismo, fanno affari proprio con i sostenitori di questo – Stati Uniti in primis.

Margherita Scalisi per MIfaccidiCultura

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