Ombre: 13 racconti ispirati ai dipinti di solitudine collettiva di Edward Hopper

Ombre: 13 racconti ispirati ai dipinti di solitudine collettiva di Edward Hopper

Edward Hopper, Summer Evening (1947)
Edward Hopper, Summer Evening (1947)

Ogni dipinto, come ogni opera d’Arte, racchiude al suo interno un processo di creazione e influenza culturale. E ogni quadro raffigura le luci e le ombre di un’epoca dell’essere umano. Così succede per esempio con Edward Hopper (1882-1957), grande artista americano che catturò le criticità della prima metà del Novecento, intervallata da due conflitti mondiali e crisi economiche. Una scelta che portò alla generazione di racconti anonimi e al contempo collettivi, di una classe media in sofferenza per la meccanizzazione del lavoro e la Grande Depressione. Con Ombre. Racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper (Einaudi Stile libero) si ha una prova di come tali racconti abbiano ispirato scrittori di fama internazionale: questa antologia presenta 13 storie corrispondenti alle rispettive tele di Hopper a opera di Megan Abbott, Jill D. Block, Robert O. Butler, Lee Child, Nicholas Christopher, Michael Connelly, Jeffrey Deaver, Stephen King, Joe R. Lansdale, Joyce C. Oates, Kris Nelscott, Jonathan Santlofer, Lawrence Block.

Si pensi per esempio alla Storia di Caroline di Jill D. Block, figlia del curatore della raccolta e romanziere giallo statunitense Lawrence Block: essa si ispira al ben noto Summer Evening (1947). Questo dipinto sembra la rappresentazione scenica di un momento di un racconto letterario, se non direttamente cinematografico per l’uso sapiente di luci e ombre. Infatti lo spazio esterno della veranda, in cui la coppia di personaggi è situata, essendo illuminato leggermente trasmette un senso di intimità. Al contempo, la distanza tra le tende dietro la porta e l’apertura della finestra all’estrema sinistra del quadro sembrano emulare la posizione della donna, che sembra aprirsi e al contempo chiudersi, rivelare e contestualmente nascondere. Pertanto, quella che sembra una scena di tensione erotica molto delicata, si tramuta presto in qualcos’altro di più indefinito e arido. E quell’illuminazione leggera che sembrava dare un’aurea di intimità, diventa a quel punto la luce più di un palcoscenico, invertendo totalmente la dimensione intima in pubblica.

Edward Hopper, Nighthawks (1942)
Edward Hopper, Nighthawks (1942)

Vi è poi un racconto di Michael Connelly, uno tra i più conosciuti scrittori americani di genere thriller; ironia della sorte è che uno dei suoi personaggi maggiori abbia a che fare con l’Arte anch’esso, ossia il detective Hieronymus “Harry” Bosch, omonimo del pittore olandese. E ugualmente omonimo è il quadro che ha ispirato il suo racconto nella raccolta su Hopper, ossia Nighthawks (1942). Un dipinto che raffigura un gruppo di persone in un bar del centro di una località americana, in piena notte. Fin qua niente di particolare, se non che è il quadro più conosciuto del pittore statunitense e probabilmente il lavoro più riuscito in termini tecnici ed estetici di raffigurazione degli effetti notturni della luce artificiale. Infatti la vetrina del locale riflette notevolmente la luce sul marciapiede esterno, portando a un’illuminazione quasi diurna in un contesto di pieno buio naturale. Inoltre, la formazione delle ombre è molto realistica, perché risultato di molteplici sorgenti di luce interne che collidono l’una con l’altra. Infine, anche all’interno del bar si hanno dei punti di riflessione che pongono volutamente il focus sui personaggi, per quanto rimangano decentrati rispetto al punto di simmetria del quadro. Un gioco di luci che non è presente in nessun altro quadro di Hopper.

Edward Hopper, Room in New York (1932)
Edward Hopper, Room in New York (1932)

Un quadro in cui invece i personaggi ricevono maggiormente il focus visuale dell’artista è Room in New York (1932), a cui si è ispirato poi il celeberrimo scrittore horror americano Stephen King per La sala della musica. Anche qui si può notare un sapiente gioco di luci in un contesto notturno, con il focus su un interno di un’abitazione con una coppia. Grazie all’effetto dell’illuminazione interna, la saturazione delle pareti è accentuata, trasmettendo una sensazione di calore. Peccato che di “caloroso” qui ci sia ben poco, poiché i due personaggi stanno svolgendo compiti diversi estraniandosi: l’uomo sta leggendo il giornale, mentre la donna, in preda forse a turbamenti, suona un tasto del pianoforte senza neanche guardare il compagno. Inoltre la scena è come di consueto asimmetrica e decentrata e le figure antropomorfe hanno i tratti del viso indefiniti.

Come maschere di una società dominata dalla solitudine e dall’incapacità di interagire con serenità, riflesso della modernità e anche di oggi.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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By on giugno 5th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing, Visual & Performing ARTs

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