Il campo italiano alla battaglia di Magenta del 4 giugno 1859

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Il campo italiano alla battaglia di Magenta del 4 giugno 1859

Camillo Benso, conte di Cavour

Il sogno d’un Italia unita non si era certo spento con la sconfitta di Novara (1849) per mano austriaca: nei vari comuni italiani, ribolliva la rabbia per lo straniero e le lotte continuarono ad infuocare i territori fino a quando, una ad una, le città ribelli non capitolarono.

L’abdicazione di Carlo Alberto in favore del figlio Vittorio Emanuele II e l’entrata in gioco del primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, cambiò radicalmente le cose. Di idee piuttosto liberali, re e primo ministro erano altresì accomunati dallo stesso desiderio: donare un’identità all’Italia, trasformandola da entità frammentata a Stato Moderno.

Tuttavia le possibilità reali che l’esercito sabaudo aveva di sconfiggere gli austriaci erano pressoché nulle: occorreva un alleato potente, in grado di contrastare l’avanzata del nemico.

Ecco così che, da buon stratega, Cavour optò per la Francia di Napoleone III: oltre alla diplomazia, il ministro si servì del prestigioso fascino della bellissima contessa di Castiglione per convincere l’imperatore alla causa italiana.

Dopo un gioco di provocazioni e un ultimatum da parte degli austriaci palesemente ignorato, il 27 aprile 1859 si apriva la seconda guerra d’indipendenza: un ciclo di battaglie, caratterizzate sostanzialmente dalle vittorie franco-piemontese di Magenta, Solferino e San Martino.

La battaglia di Magenta ( 4 giugno 1859) non viene commemorata per la portata (numericamente parlando, non fu uno scontro di grandi dimensioni).                                                                                                                                         Magenta è da considerare come il primo grande successo militare che aprì la porta all’intero processo di unificazione, mettendo in risalto la forza dell’accordo costituito coi francesi.

Il piano dei franco-piemontesi consisteva nello sdoppiare l’esercito e puntare su Magenta partendo da due direzioni differenti: da Turbigo e dal ponte sul Ticino sulla strada tra Milano e Novara. Il blocco francese, capitanato dal generale Mac Mahon, venne diviso in due colonne con due iter diversi: passando per Boffalora, Espinasse e Marcallo il primo, arrivando a Trecate sul ponte del Ticino il secondo. Qui, il secondo gruppo ( coordinato da Espinasse), avrebbe atteso l’arrivo del gruppo capitanato dallo stesso Mac Mahon.

Battaglia di Magenta

Nonostante la linea di difesa austriaca fosse relativamente debole (gli austriaci dopo tutto, riuscirono a bombardare alcuni ponti come quello sul Naviglio e a difendere strenuamente alcune cascine nei dintorni), i due blocchi francesi non riuscirono ad incontrarsi nel punto prestabilito. Il piano venne modificato: i due gruppi marciarono distintamente su Magenta, avendo come punto di riferimento il campanile della Chiesa di San Martino.

La battaglia vera e propria su Magenta vide l’alternarsi di due fasi distinte. In un primo momento 5.000 francesi furono costretti a sostenere la forza di circa 50.000 austriaci: in mattinata, lo straniero inviò un telegramma a Vienna, annunciando vittoria certa.

Con l’arrivo del generale Mac Mahon e del suo corpo d’armata, la situazione si capovolse: attorno alla stazione di Magenta, gli austriaci furono costretti a difendere il territorio metro dopo metro finché i francesi non riuscirono a conquistare tutte le vie d’accesso principali della città.

Alle sette di sera, gli austriaci persuasi della sconfitta, si ritirarono: il successo della battaglia di Magenta segnò l’inizio della liberazione di Milano, primo passo verso un’Italia unita.

Senza questa vittoria, probabilmente la storia italiana sarebbe stata diversa.

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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