Le parole hanno un peso: migranti, immigrati, profughi e clandestini non sono sinonimi

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Le parole hanno un peso: migranti, immigrati, profughi e clandestini non sono sinonimi

Le parole hanno un peso: migranti, immigrati, profughi e clandestiniMigranti, immigrati, profughi, clandestini… Tutti questi termini per noi ormai sono diventati sinonimi, soprattutto in questi tempi di migrazioni continue ed imponenti.
Ma, è veramente corretto vedere solo il numero di persone che sbarcano senza fare distinzioni perché “tanto son tutte bocche da sfamare”?

L’Accademia della Crusca ha posto l’attenzione su come queste parole, usate in modo generico, possano venire strumentalizzate e adoperate a sproposito creando ambiguità, rischiando di alludere a significati talvolta spregiativi.

Ad esempio, la parola migrante, che letteralmente indica chi migra e si sposta verso nuove sedi specialmente in gruppo, ha notevoli sottocategorie al suo interno che specificano la varietà dei contesti e dei percorsi peculiari: possiamo distinguere il migrante forzato, il migrante economico, il migrante altamente qualificato (gli ultimi due si spostano per motivi di lavoro, per scelta).
Il concetto di migrante comprende ancora rifugiati e sfollati; ma se il migrante è chi si sposta dal territorio del proprio paese per una causa qualsiasi (volontaria, involontaria, con diversi mezzi utilizzati per spostarsi),  “rifugiato” esprime in modo particolare la migrazione forzata,  in particolare per il timore di essere perseguitato nel Paese d’origine per razza, religione, idee politiche. Per questi motivi è impossibilitato a tornarci.

La condizione di rifugiato è stata riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra, firmata da 145 stati membri delle Nazioni Unite.

Con la parola profugo invece si intendono persone o gruppi che hanno dovuto allontanarsi dal proprio Paese per eventi eccezionali quali guerre, povertà, calamità naturali: questo termine viene spesso affiancato quindi a quello di rifugiato. Si potrebbero distinguere anche in questo caso profughi internazionali e profughi interni.

Sfollato è invece chi ha dovuto abbandonare la propria casa per motivi simili a quelli dei rifugiati o dei profughi ma non ha attraversato un confine internazionale. Un esempio lampante fu quello della Seconda Guerra Mondiale quando, in molte città europee, si verificarono massicci spostamenti di persone dalle città verso le campagne per sfuggire agli attacchi aerei e reperire viveri.

Quando parliamo invece di immigrazione clandestina ci riferiamo a una pratica illegale, che viola le leggi di immigrazione del paese di destinazione; può essere una condizione temporanea, sanata da una regolarizzazione dei documenti, oppure può diventare legale per chi ha avuto accesso legalmente nel Paese ma vi permane oltre il tempo consentito.
Solitamente questo fenomeno è tipico di chi vuole, con ogni mezzo, cercare una vita migliore, possibilità di lavoro, cure e diritti e per questo accetta trasporti illegali, privi di documentazione e standard di sicurezza mettendo a repentaglio la propria vita. Il rischio tuttavia è anche quello di essere sfruttati durante e dopo il viaggio: il caso attuale degli scafisti ne è una prova. Spalleggiati da organizzazioni criminali e, a volte, dal benestare delle autorità locali corrotte, coinvolgono schiere di clandestini che, essendo entrati illegalmente, non possono inserirsi nel mondo del lavoro e per questo vengono utilizzati come manodopera a basso costo, ricattati e costretti a servire la criminalità organizzata in un tunnel senza uscita.

Per cui quando ascoltiamo le notizie, non lasciamoci trascinare da termini che spesso anche giornalisti e conduttori utilizzano in modo errato o superficiale; impariamo a pensare e a scavare nella matassa dell’italiano per trovare la parola più adatta per ciò che vogliamo esprimere in modo consapevole.

Mariachiara Manzone per MifacciodiCultura

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