Il Vortice Filosofico – Uomo: (s)oggetto a responsabilità limitata

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Il Vortice Filosofico – Uomo: (s)oggetto a responsabilità limitata

Sulla responsabilità il nostro mondo fa un gran parlare: eppure si ha spesso l’idea che questo discorrere sia vuoto, quasi retorico in senso negativo, spesso assunto come un vezzo morale da esibire. La responsabilità va spogliata dell’uso medio, avvicinata a piccoli passi e ri-pensata in una prospettiva comprendente che ne esibisca la complessità e al contempo la radicale intrinsecità col costrutto umano. Per lo più la responsabilità ci viene prospettata come un bene, un dovere, tuttavia queste determinazioni positive del concetto estirpano la natura originaria dello stesso: infatti, per dirla con un lessico preso a prestito dal filosofo tedesco Max Scheler (1874–1928) la responsabilità è un valore, o meglio ancora un protovalore. Questa definizione ribadisce l’errore comune: se la responsabilità è un protovalore, dunque viene prima di ogni determinazione qualitativa fenomenica: sarà dunque in virtù del valore responsabilità stesso che noi potremo definire una buona o una cattiva responsabilità negli atti più quotidiani. Un valore è così, in una prospettiva eminentemente fenomenologica, il primo segno dei fenomeni che ci circondano.

Max Scheler (1874-1928)

Esibita più che in breve una complicazione in merito alla natura della responsabilità, è interessante osservare come i diversi modi di concepire la stessa si leghino indissolubilmente ad almeno due contrapposte possibilità di pensare l’uomo in generale, determinando altrettanti esiti divergenti e per certi tratti contrari: è sempre Scheler che nel primo trentennio del Novecento dà linfa alla riflessione, portando alla ribalta la dicotomia tra homo faber e homo sapiens. Questa è assai interessante per un’epoca come la nostra: infatti a seconda che si pensi l’uomo come una macchina razionale capace di determinarsi come meglio crede al di là di ogni trascendenza, in nome del proprio illimitato intelletto (homo faber), piuttosto che come un essere limitatamente libero in quanto costretto da entità più grandi di sé, come possono variamente essere Dio, la natura, il destino ed altre forme ancora (homo sapiens), in nome di queste due rappresentazioni dell’esistenza umana si hanno grosse implicazioni sul tema della responsabilità. L’idea di uomo come soggetto e oggetto pervengono a tale maniera, con naturalezza, a fronteggiarsi più realmente di quanto qualsiasi esperimento mentale preparato a tavolino avrebbe potuto consentire.

Abbracciando la prospettiva creativa dell’uomo, promossa con vigore dal razionalismo moderno e oggi ampliamente radicata nella nostra modalità disposizionale nel mondo, si giunge ad un ruolo della responsabilità molto più attivo rispetto a quello riservato alla stessa dall’approccio che vuole l’uomo incluso in un contesto in larga misura ulteriormente determinato rispetto a sé. L’uomo religioso, ad esempio, potrebbe con qualche diritto logico appellarsi ad un indebolimento della responsabilità: è tipicamente diffuso nelle concezioni fideistiche un ruolo minorato per l’agire responsabile, in virtù del quale gli uomini possono, seppure in dosi eterogenee tra loro in base alle confessioni, decidersi per certe cose ma non per altre. Ma l’uomo razionale, da Descartes in poi è degenerato ed è stato inghiottito in un processo divinizzatore che lo ho portato a presentarsi come una macchina decisionale senza limiti: in un tale assetto esso, una sorta di homo faber 2.0, non può ritirarsi dalla responsabilità, vero sostegno di ciascuna scelta operata.

Homo faber o homo sapiens?

Eppure una contraddizione salta all’occhio: i giornali, le televisioni, l’opinione pubblica in ogni suo modo di darsi parlano oggi, per quello stesso uomo razionale che impugna a due mani, saldamente, la natura, che decide della vita altrui, che si è perfino sbarazzato del cielo e di ogni altra forma di inquietudine destinale, di assenza di responsabilità. Invochiamo la responsabilità pur essendovi, in linea di principio, fondati all’interno: quella vuotezza e quella pigrizia con cui vengono spinte la riflessione e l’invocazione in merito responsabilità hanno determinato la totale anarchia di quest’ultima. Come se si trattasse di una droga inibitrice, l’iniziale entusiasmo per la forza della responsabilità, per la sua possibilità di aprire mondi e scenari così ampli, ci ha assuefatti al versante negativo di ogni forza, nonché al suo totale travisamento. L’irruenza con cui l’uomo approccia dimensioni etiche complesse come quella della responsabilità spesso lo porta al soffocamento per mano delle stesse: il risultato è quello di trovarsi a fronteggiare risvolti degenerati, contraddittori, confusi e spaesanti. Si noti che anche la prospettiva limitante dell’uomo che si comprende in un progetto più ampio, seppur meno connotata per violenza e voracità, può condurre ad esiti estremi, come ad esempio l’abbandono al nichilismo e alla passività, che sul piano dell’equilibrio psicofisico ingenerano le stesse nefandezze della sclerosi da attivismo provata dall’homo faber 2.0.

Si è voluto discostarsi in questa breve analisi della responsabilità dalle solite prediche morali contenutistiche: questo necessariamente non accontenta chi si attende da una riflessione sul tema della responsabilità delle risposte di carattere normativo, tuttavia può essere di fondamentale importanza per uscire dalla coltre della banalità e dirigersi verso un, sicuramente assai faticoso, nuovo approccio comprendente di questo costrutto così importante per il nostro agire di ogni istante.

La problematicità della responsabilità e della parzialità di ogni sua definizione categoriale è da attribuirsi alla complessità dell’ente cui sempre la pensiamo in relazione, l’uomo: come con grande acume ha osservato Scheler nel 1914 dalle pagine del suo Sul’idea di uomo «L’uomo è qualcosa di così ampio, multicolore, variegato che ogni definizione gli sta un po’ stretta. Egli ha troppi esiti! Nessuna meraviglia dunque che anche le definizioni più famose appaiano inadeguate».

Francesco Girolimetto per MifacciodiCultura

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