Repubblica: storia di un concetto da Aristotele all’Italia contemporanea

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Repubblica: storia di un concetto da Aristotele all’Italia contemporanea

Repubblica: storia di un concetto da Aristotele all'Italia contemporanea
Platone

Repubblica: l’etimologia è chiaramente latina (da rempublicam, a sua volta accusativo di respublica, letteralmente “la cosa pubblica” come la definisce Cicerone, e quindi lo Stato), ma le sue basi politiche non sono da riscontrarsi esclusivamente nell’antica Roma, ma nell’antica Grecia, negli scritti di Platone (Atene, 428/427 a.C. – Atene, 348/347 a.C.) e Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.). Il filosofo ateniese aveva dedicato alla sua concezione di repubblica un’intera opera, la Repubblica (390-360 a.C.), che, ancora una volta deriva dalla traduzione ciceroniana, in quanto il titolo originale (πολιτεία, traslitterato: “politeía”) significherebbe non tanto “repubblica” quanto “costituzione”. In quest’opera Platone dà conto del suo Stato archetipico: esso deve essere dominato da una classe ristretta di persone, i filosofi, in quanto essi sono gli unici a garantire l’equilibrio e quel demone contemporaneo che si chiama governabilità, che non risponde più a istanze democratiche. Non c’è da stupirsi se un filosofo liberale come Karl Raimund Popper (Vienna, 28 luglio 1902 – Londra, 17 settembre 1994) abbia individuato in Platone l’antesignano del totalitarismo. 

Diversa è la posizione dello Stagirita: innanzitutto, egli è dell’avviso che la repubblica debba essere guidata dalla phrònesis (“saggezza”) e tale virtù dovrebbe portare il governante a scegliere la migliore forma statale, cioè la summenzionata politeía, una sintesi tra democrazia e oligarchia e, nell’ottica di Aristotele, il compromesso migliore, in quanto è espressione di quel giusto mezzo alla base della sua filosofia morale.

La riflessione latina sul concetto di repubblica è affidata al celebre scrittore, giurista e retore latino Marco Tullio Cicerone (Arpino, 3 gennaio 106 a. C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) e al suo inequivocabile testo De re publica (55-51 a.C., “Lo stato” oppure “La repubblica”). Si tratta di un’opera scritta in quello che, adoperando una categoria introdotta dal giurista Carl Schmitt (Plettenberg, 11 luglio 1888 – Plettenberg, 7 aprile 1985), potremmo definire stato di eccezione, in quanto i valori e le virtù repubblicane stavano venendo meno sotto i colpi di Catilina prima e di Cesare poi. Scipione/Cicerone definisce eloquentemente cosa deve essere per lui la repubblica:

Dunque […] la Repubblica è la cosa del popolo, e popolo non è ogni unione di uomini raggruppata a caso come un gregge, ma l’unione di una moltitudine stretta in società dal comune sentimento del diritto (iuris consensu) e dalla condivisione dell’utile collettivo. E la prima causa di quell’associarsi è non tanto la debolezza, quanto una sorta di naturale istinto degli uomini direi quasi all’aggregazione; perché la specie umana non è incline a vivere separata né a spostarsi da sola, ma generata in modo tale che neppure nell’abbondanza di tutti i beni vuole vivere la vita nella più assoluta solitudine, e a questo la natura non solo inviterebbe gli uomini, ma li costringerebbe .

John Locke

Le parole dell’autore latino dovrebbero forse far riflettere i politici di oggi: la repubblica dovrebbe appartenere al popolo, in quanto essa è costituita da persone in carne e ossa, che non sono più guardate con sospetto come aveva fatto Platone, in quanto portatrici di istanze sovvertitrici dell’ordine, ma sono il nerbo della comunità stessa.

Nell’età moderna repubblica e stato sono grosso modo sinonimi e le teorizzazioni di Sei e Settecento sono alla base della nostra idea contemporanea di repubblica. È il filosofo inglese Thomas Hobbes (Westport, 5 aprile 1588 – Hardwick Hall, 4 dicembre 1679) il primo a delineare lo stato moderno nel suo celebre Leviatano (1651). Lo stato hobbesiano è uno stato etico, che dà precetti e ordini ai sudditi, ma, al tempo stesso istituisce un patto tra il capo di stato e i cittadini, i quali rinunciano a parte dei loro diritti e ne affida la tutela all’autorità statale. John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – High Laver, 28 ottobre 1704), l’altro grandissimo protagonista del Seicento filosofico britannico, rifiuta l’impostazione hobbesiana e annuncia che la repubblica deve tutelare tre diritti fondamentali: libertà, vita e proprietà. Locke, inoltre, demanda all’organizzazione statale la tutela della laicità (cfr. Due trattati sul governo Lettera sulla tolleranza).

Probabilmente l’opera che meglio sintetizza l’assetto statale è lo Spirito delle leggi (1748) di Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755), dove il filosofo francese teorizza la separazione dei poteri: non è tollerabile avere uno stato dispotico, ma lo stato ideale può funzionare solo se potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono separati. E adesso? 

Lo spirito delle leggi

Questi principi sono presenti nella Costituzione repubblicana del 1948, ma fino a che punto sono stati realizzati? L’ex (e probabile prossimo) premier Matteo Renzi aveva messo a rischio addirittura la separazione dei poteri con la sua riforma costituzionale e, soprattutto, il trattamento di scuola e cultura sotto ogni governo è ben lontano da quello che dovrebbe prevedere la Repubblica e i suoi ordinamenti. Altrettanto difficile è la situazione della libertà religiosa, in uno stato che, sulla carta, si dice laico (cfr. articoli 7-8).

L’Italia ha sempre più bisogno di persone come Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, i presidenti che più di tutti si sono spesi per rendere questa repubblica degna di questo nome, persone che hanno difeso la cosa pubblica, perché, come scrisse Cicerone, essa è di tutti e non di pochi. 

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura 

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