Il dramma di Manchester, una città divisa fra radicalismo ed emarginazione

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Il dramma di Manchester, una città divisa fra radicalismo ed emarginazione

Il dramma di Manchester, una città divisa fra radicalismo ed emarginazione
Salma e Zahra Halane

Ci ha fatto orrore l’attentato di Manchester. Ci ha fatto orrore come l’hanno fatto Parigi, Nizza, Bruxelles e Berlino, città diverse ma accomunate da uno stesso destino di morte. Quello di Manchester, però, ha colpito un po’ più nel profondo, più nel personale, perché le vittime designate, questa volta, erano chiaramente delle ragazzine: l’entusiasmo, i sorrisi complici e l’irrefrenabile voglia di vivere tipica delle adolescenti al primo concerto, con mamme, amiche e sorelle al seguito, andate a vedere Ariana Grande, famosissima popstar americana. Ci ha fatto orrore perché ancora una volta, in una macabra replica del Bataclan,  abbiamo dovuto assistere, inermi, allo spegnersi di quei sorrisi e al vedere la gioia trasformarsi in morte.

Il fatto che la città prescelta dai terroristi per effettuare il primo grande attentato in terra inglese – dopo quello di Londra dello scorso 22 marzo – sia stata proprio Manchester non è un caso. Nella città il problema è profondo, e va cercato in seno alla comunità islamica stessa, che rappresenta circa il 15% della popolazione: in molti quartieri è venuta a mancare l’integrazione, creando così intere comunità e nuclei sociali a sé stanti, totalmente separati dalla vita della città e degli altri abitanti. Che queste non siano scuse, ma fatti, ce lo dimostrano i dati: i numeri indicano che negli ultimi anni almeno 1500 persone hanno lasciato la Gran Bretagna per andare a combattere nelle file dell’Isis: dal 2014 circa 800 foreign fighters hanno ingrossato le fila di Daesh, molti dei quali provenienti da Manchester.

Il dramma di Manchester, una città divisa fra radicalismo ed emarginazione
Georgina Callander con Ariana Grande

Se non per unirsi come soldati, molti sono partiti per unirsi alla causa in altre forme: è il caso di Salma e Zahra Halane, le due gemelle di origini somale che nell’estate del 2014, a sedici anni, sono scappate di casa per diventare spose dell’Isis in Siria. Sedici anni, la stessa età di molte delle ragazze presenti quella sera alla Manchester Arena: ragazze probabilmente cresciute a pochi quartieri di distanza le une dalle altre, identiche alle due sorelle Halane prima della loro radicalizzazione, ma oramai distanti e separate da migliaia di chilometri e da un sistema di valori e un’ideologia completamente opposto.

Salma e Zahra, prima spose bambine e ora vedove dell’Isis, sono passate dall’essere parte di quel gruppo di ragazze ad esserne il completo opposto, denaturandosi della stessa esperienza di essere adolescenti: nessun concerto per loro, nessun selfie con Ariana Grande come Georgina Callander, 18 anni e prima vittima accertata dell’attentato, ma corsi di addestramento mirati ad uccidere proprio ragazze come Georgina, Olivia e Nell.

Resta non chiaro il come effettivamente si siano radicalizzate le due sorelle, come non lo è mai, eppure nel Regno Unito questo è un problema estremamente diffuso: come riporta Il Fatto Quotidiano, Channel, il programma che il governo britannico ha lanciato nel 2007 per prevenire ogni forma di estremismo nelle fasce di popolazione considerate più a rischio, tra il luglio del 2015 e luglio 2016 ha inserito circa duemila minori nella categoria “a rischio radicalizzazione”.

E Manchester, con i suoi quartieri più poveri e a maggioranza musulmana – Longsight, Cheetham Hill, Whalley Range, e Moss Side – in balia di gang giovanili e disoccupazione, ha una lunga storia di radicalizzazione alle spalle: i primi arresti legati al jihadismo risalgono a più di vent’anni fa, nel 1995, e allora si parlava di cellule legate ad Al Qaeda. Adesso l’organizzazione sarà anche cambiata, ma il contenuto è lo stesso: si parla sempre di ragazzi che, improvvisamente, decidono di abbracciare la jihad e pur di uccidere gli “infedeli” sono disposti a morire, proprio come Salman Ramadan Abedi, 22 anni con una vita davanti, che ha deciso di farsi esplodere portando con sé altre 22 persone e ferendone un altro centinaio.

Una radicalizzazione che prima di tutto parte dal web, dove per chi cerca non è difficile imbattersi in chat che inneggiano alla Jihad, dipingono i miliziani come eroi e promettono una vita libera dai valori corrotti della società occidentale. Una radicalizzazione di cui però non è ancora chiaro il motivo, perché il discorso della mancata integrazione diventa difficile da sostenere quando gli attentatori sono ragazzi di seconda generazione, e che quindi sono a tutti gli effetti cittadini del paese ospitante.

È questo che maggiormente spaventa: con il sempre più evidente crollo delle ambizioni territoriali del Califfato in Siria ed Iraq, i proclami oramai sono tutti per i lupi solitari e per i foreign fighters, che stanno tornando in massa nei loro paesi d’origine dopo aver ricevuto un addestramento, e che sono pronti a colpirci dove fa più male, proprio come è successo lunedì scorso a Manchester, dove si sono infranti i sogni di ventidue persone e dell’Europa intera.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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