Orlan: «Io sono un’opera d’arte». Storia di reincarnazioni e plagi

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Orlan: «Io sono un’opera d’arte». Storia di reincarnazioni e plagi

63orlan1 (1)Il 30 maggio 1947 a Saint-Étienne nasceva il corpo di Mireille Suzanne Francette Porte, colei che a partire dal 1968 si incarnerà in ORLAN, artista della propria identità, redattrice mutante del Manifesto dell’Art Charnel e che d’ora in poi nominerò semplicemente Orlan, non volendo rendermi portatrice sana della Sindrome del Caps Lock.

Molte donne non si piacciono perché così è stato insegnato loro. Molte donne dovrebbero reinventare il proprio modo di pensarsi, prima di rifare il naso, il seno o il collo.

Dopo questa affermazione si può meditare sul fatto che, nel momento in cui una donna si re-inventa, o meglio, si ri-comprende, punturine e bisturi non fanno più al caso suo: la condanna di un corpo si può superare indossando un’identità conquistata con la fatica del ragionamento sul proprio Io. All’inverso, coltivare il corpo può essere la chiave di svolta di una mente all’apparenza sterile.

Di questo passo è facile approdare al Mostro della scienza VS Body builder, ma il punto è un altro: l’identità è biopsichica, corpo e mente convivono, nonostante possano essere un fardello l’uno per l’altro.

Orlan si inserisce in questo filone di dubbio amletico in maniera assai originale e controversa. Il suo pseudonimo altro non è che un annullamento di genere: non è femminile né maschile, il suo nome è l’etichetta che lei ha deciso di affibbiare alla sua specifica identità. La sua specifica identità su cui lei lavora soprattutto nei panni di artista, trattando il suo corpo alla stregua di un pezzo di pongo, sottoponendosi a continui interventi chirurgici tragicomici.

The Origin of the War, 1989 (1)A partire dal 1990 si è sottoposta a nove invadenti cambi di connotati, trasformando le sale operatorie in teatri barocchi: un set cinematografico nel quale i medici vestono Paco Rabanne e Orlan prima di sottoporsi all’intervento legge brani di Lacan e Artaud, per poi rimanere vigile mentre il Dr. Lorenzetti di turno apre, taglia, succhia e ricuce.

Di più. Il sangue drenato, il tessuto adiposo e le pelli asportate diventano reliquie, fialette che finiscono nei musei. Et voilà, je suis une oeuvre d’art! Ci aveva visto lungo Piero Manzoni con la sua merda d’artista, ma non abbastanza.

In realtà la prima performance chirurgica risale al 1978. Non si trattava di un giochetto antropologico, bensì di un’urgenza: Orlan subì un intervento per una gravidanza extrauterina, documentò l’avvenimento installando una telecamera nella sala operatoria e in un secondo tempo la registrazione venne presentata ad un Festival nelle vesti di una performance programmata.

In seguito Orlan ha attinto alle bellezze della storia dell’arte per ottenere, sempre chirurgicamente, la fronte della Gioconda, il mento della Venere di Botticelli e altre fesserie. Il torto maggiore se l’è beccato Gustave Courbet: L’origine del mondo è diventata L’origine della guerra. Niente di originale.

untitled (1)Se l’arte è un mezzo per superare il dolore probabilmente Orlan ne è stata anestetizzata, ma la mia mente non può non aggrapparsi al ricordo di Gina Pane, che nella Francia del ’68 – stesso paese e anno in cui Orlan muoveva passi incerti nella performance femminista – maturava l’idea della ferita come atto di ribellione e che avrebbe detto «è per amore vostro». Le ferite di Gina Pane raccontano una libertà guadagnata al costo della derisione e di una frattura non ricomponibile tra la società e un’artista colpevole di essere donna e lesbica.

Orlan nel 2013 intenta una causa nei confronti di Lady Gaga accusandola di plagio. Le muse della cantante sono palesi, ma Orlan pretende che i suoi impianti di silicone, le sue corna copiate al Mosè di Michelangelo non vengano doppiate, neanche per finta. Potrebbe essere la Disney a puntare il dito contro Orlan: quelli non sono i capelli di Crudelia De Mon?

È l’identità biopsichica, quella che Orlan vuole salvaguardare?

Se ci tenete, sul sito di Orlan potete firmare la petizione contro la morte.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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