Numero chiuso per le Università: l’ultimo tentativo dello Stato prima di staccare la spina

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Numero chiuso per le Università: l’ultimo tentativo dello Stato prima di staccare la spina

Numero chiuso per le Università: l'ultimo tentativo dello Stato prima di staccare la spinaIl numero chiuso è l’ultima trovata dello Stato per prolungare la propria vita prima di staccare la spina. La decisione presa negli ultimi tempi è dovuta ai vari tagli al corpo docenti, ridotti di diecimila posti negli scorsi dieci anni, arrivando perciò a un rapporto insostenibile tra studenti e professori.

Cosa comportano questo tagli? Le Università saranno costrette a mantenere un certo equilibrio, che prevede la presenza di 9 docenti per la triennale e 6 per la laurea magistrale e per fare ciò alcune di esse, come la Statale di Milano, hanno deciso di introdurre il numero chiuso anche per facoltà che storicamente non ne necessitavano: Filosofia, Lettere, Beni Culturali.

Esistono due punti che andrebbero chiariti: l’importanza dei finanziamenti alla ricerca e all’università e la paura per il numero chiuso.

Con le varie riforme degli ultimi anni, partendo da quelle dell’ultimo Governo Berlusconi, la ricerca italiana si è vista tagliare molti fondi destinati alla ricerca e, come detto, vi è stato un taglio del personale di circa diecimila unità. Questa ovviamente non può essere la strada giusta da percorrere, se si vuole perseguire un “progresso” sia economico, sia sociale.

Nel secondo dopoguerra, l’allora già consigliere del presidente americano Roosevelt, Vannevar Bush, aveva gettato le basi per quella che in seguito sarebbe stata chiamata la Big Science. Con tale termine si vuole descrivere quel fenomeno di scienza di” massa”, che coinvolge un numero ingente di scienziati, che aveva già dato vita a progetti come il  Progetto Manhattan o al più recente Brain Initiative americano o al cugino europeo Human Brain Project. 

Per Bush era necessario investire sulla conoscenza, occupare nella ricerca più scienziati possibili, investire nel progresso scientifico, altrimenti non ci sarebbe stato ulteriore benessere. L’università è il fulcro di questa ricerca, in quanto è l’istituzione che raccoglie le migliori menti del pianeta e che ha il compito di formarne delle nuove.

Sebbene molti, tra cui per esempio Gunther Anders o Heidegger, hanno visto nel progresso della tecnica e della scienza una disumanizzazione dell’uomo, è indubitabile che la ricerca e l’Università vadano aiutate, ponendo la conoscenza al centro di progetti ben solidi e saldi. L’istruzione e la sanità sono quei due campi  a cui non è possibile tagliare i fondi, perché proprio in questi ambiti, per motivi differenti, è racchiusa l’essenza umana, essendo strettamente legate se non addirittura inscindibili.

A differenza della politica e dell’economia, i due pilastri su cui si basa il nostro mondo fittizio, la ricerca è parte essenziale dello spirito umano, è la base dell’essere-nel-mondo dell’uomo: la meraviglia e la zetesis, la ricerca, sono le componenti che hanno permesso all’umanità di raggiungere lo stato attuale, con tutte le proprie contraddizioni.

Se continuamente sono proprio questi campi ad essere utilizzati come capri espiatori, data la loro intangibilità nel mondo, il loro non lasciar traccia a livello pratico, allora non c’è alcuna speranza per l’Italia di raggiungere gli altri paesi nelle più disparate graduatorie. Se la nostra attrattiva scientifica e di ricerca non è all’altezza delle altre potenze mondiali, U.S.A. in testa, allora non vi sarà politica alcuna che potrà porre rimedio a questa continua fuga verso l’estero.

Per quanto riguarda il secondo punto, chi scrive è favorevole al numero chiuso. Questa potrà sembrare un’opinione alquanto anti-democratica e poco corretta. Tuttavia, il numero chiuso permette una selezione che altrimenti non è possibile: c’è bisogno che l’università non sia per tutti, sebbene tutti possano accedervi. Non è vero che il numero chiuso sia poco democratico, anzi esso è meritocratico, laddove non vi siano imbrogli e “magheggi” in atto. Il numero chiuso permette di accogliere coloro che per quell’anno si sono rivelati i migliori. C’è bisogno però di una organizzazione ferrea, di una scelta ponderata e altamente funzionale che permetta di operare quella selezione così necessaria.

Numero chiuso per le Università: l'ultimo tentativo dello Stato prima di staccare la spinaSebbene l’istruzione sia un diritto, non è detto che essa debba essere perseguita a ogni costo, poiché molte volte non tutti hanno la capacità o semplicemente la voglia di stare sopra i libri. Ma allora c’è bisogno di una ulteriore organizzazione del lavoro e del sistema scolastico, il quale ha l’onere di supportare ogni individuo nell’espressione piena delle proprie capacità, che non necessariamente devono essere coronate da una laurea. Basterebbe solo, come espresso da Don Milani, saper leggere la prima pagina di un giornale e comprenderla, per essere cittadini sovrani.

Quando si forza uno studente a prendere la laurea, si sta operando una discriminazione che è un frutto del pensiero greco medievale: la distinzione tra arti liberali e quelle meccaniche. Oggi, questa divisione non è più possibile e non è necessaria, anzi è deleteria: abbiamo bisogno anche di tecnici, di meccanici e non c’è alcuna vergogna a guadagnarsi il proprio stipendio con queste attività.

Il lavoro va sempre onorato e incoraggiato, ma lo Stato ha l’obbligo di fornire una base equa per tutti, magari eliminando i costi dei libri per quel periodo definito “dell’obbligo”, e di rinforzare anche il vertice di questa piramide che segna il percorso formativo.

Bisogna ribadire fortemente, però,  che il numero chiuso non può essere imposto per ulteriori tagli, ma per una scelta organizzativa volta al meglio del nostro Paese.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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