«All flowers in time bend towards the sun»: Jeff Buckley

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Jeffrey Scott Buckley nacque a Anaheim, in California, il 17 novembre 1966, figlio del cantautore rock Tim Buckley, morto a 28 anni nel 1975 per un’overdose di alcol ed eroina. Un classico per gli artisti maledetti dell’epoca. Jeff, che vedrà il padre solo in rare occasioni durante la sua infanzia, visse con la madre Mary Guibert, il patrigno Ron Moorhead, che ebbe un ruolo fondamentale per la sua crescita personale e musicale, e il fratellastro Corey.

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Tim e Jeff Buckley

Dopo essersi diplomato nel 1984, studiò un anno al Guitar Institute of Technology di Hollywood. A Los Angels iniziò a suonare la chitarra in vari gruppi dei più disparati generi, heavy metal, rock, jazz, R&B e funk. Divenuto estimatore della Qawwali, la musica devozionale del Pakistan, dopo un breve periodo a New York, incontrerà L.A. quello che era il manager di suo padre, Herb Cohen, che lo aiuterà a muovere i primi passi nel mondo della musica, registrando il suo primo demo. Il suo debutto in pubblico avviene nel 1991 quando partecipa a NY a Greetings from Tim Buckley, un concerto-tributo al padre, suonando I Never Asked To Be Your Mountain, dedicato proprio a lui e a sua madre Mary, Sefronia – The King’s Chain, Phantasmagoria in Two e Once I Was. Buckley dichiarerà che quello era stato il suo modo di prendere le distanze dal genitore, l’unico modo che conosceva per salutarlo definitivamente.

Iniziò il suo sodalizio artistico con il virtuoso chitarrista Gary Lucas, col quale compose diversi brani che verranno poi inseriti nel suo album, ed iniziò ad esibirsi come solista nei locali della Grande Mela suonando i suoi brani e le cover dei tanti artisti che lo influenzarono, su tutti i Led Zeppelin.
Il 23 ottobre 1993 viene pubblicato il suo primo EP Live at Sin-é contenente solo 4 brani (Mojo Pin, Eternal Life, Je n’en connais pas la fin, The Way Young Lovers Do), del quale 10 anni dopo verrà pubblicata una versione estesa composta da due CD e un DVD per un totale di 34 canzoni intervallate dai monologhi del musicista.

Il 1994 è l’anno della svolta: a gennaio inzia un tour promozionale di Live at Sin-é in Nord America per poi sbarcare in Europa. Mentre il suo nome si diffonde nei circuiti musicali d’Occidente, il 23 agosto 1994 esce il suo capolavoro Grace. 10 brani, di cui 7 inediti e 3 cover: Lilac Wine di Nina Simone, Corpus Christi Carol di Benjamin Britten e la ormai celeberrima Hallelujah di Leonard Cohen, che per fama ha superato la versione originale.

La critica fu entusiasta e il pubblico pure, quel capolavoro romantico, come fu definito da qualche critico, era spiazzante nella sua originalità. Delicato e ruvido, crudele e tenero, malinconico di certo, raccolse le critiche positive di Jimmy Page, Robert Plant, Bob Dylan e David Bowie per citarne alcuni.
Ottenuto il disco d’oro negli States, Buckley inizio un tour che lo portò in giro per tutto il mondo confermando il successo del disco.

Nel 1997 iniziarono i lavori frenetici per il nuovo album che avrebbe dovuto intitolarsi My Sweetheart the Drunk, al quale il musicista alternava collaborazioni con altri artisti, tra i quali anche Patti Smith.

La sera del 29 maggio 1997 però, il talento, la musica e la poesia incontrano la loro fine. Buckley mentre era sul pulmino che lo portava agli studi di registrazione, alla vista del Wolf River, affluente del Missisipi, ebbe un’improvvisa quanto funesta voglia di fare un bagno. E quelle acque lo risucchiarono per sempre.
Niente alcol né droghe e nemmeno la maledizione dei 27 anni, Jeff Buckley morì per un annegamento accidentale a 30 anni. Una morte ingloriosa e casuale che ha spezzato impietosamente il flusso creativo di un grande artista.

Postumi uscirono vari album come Mystery White Boy, Live a l’Olympia, Live at Sin-é (Legacy Edition), Grace Around the World e l’incompleto Sketches for (bozze di) My Sweetheart the Drunk. È di marzo l’ultimo disco pubblicato, You and I, contenente alcune cover di artisti come Bob Dylan e The Smith, e materiale inedito risalente al febbraio 1993, a riprova che la leggenda di Jeff Buckley non si è esaurita. Un altro esempio del sempre vivo interesse nei confronti di Buckley è l’annuncio di qualche mese fa circa la pubblicazione del libro Jeff Buckley: His Own Voice prevista per il 2019, che raccoglierà vario materiale inedito.

Quando ho scoperto la canzone Grace sono rimasta così colpita da quei suoni contorti contrapposti a quella voce così angelica, che non ho potuto fare a meno di approfondire. Ogni volta che ascolto Jeff Buckley non riesco a non pensare che ne avrei volute ancora di sue canzoni, avrei voluto ascoltare la sua maturazione musicale, notare la sua voce mutare con l’età, scoprire quanto ancora aveva da dire e da comporre. Lui non era uno dei tanti musicisti maledetti iconici, afflitti da quel male di vivere lenito soltanto da sostanze letali, Buckley era semplicemente malato di una terribile malinconia che trapelava dalle sue canzoni, velate di tristezza, capaci di raccontare lo spleen che soggiorna in tutti noi. Quella melanconia che si palesa nella nostra mente magari d’autunno, magari in quei grigi giorni di novembre che diedero i natali a Jeff, figlio di un cantautore assente e geniale, dal quale ha saputo distanziarsi senza viverne nell’ombra.

Così bello e tormentato, non visse amori celebri: la sua riservatezza lo portò a tenere il più nascosta possibile la relazione con Elizabeth Fraser, frontwoman dei Cocteau Twins, gruppo di punta degli anni ’90. Della loro storia d’amore ci rimane solo una canzone, mai pubblicata, di cui abbiamo solo un tentativo di registrazione risalente al 1996: All Flowers In Time Bend Towards The Sun, pezzo meraviglioso, dove le voci dei due si fondono alla perfezione e dove le imprecisioni della presa diretta la rendono ancora più speciale.

La voce di Jeff Buckley era liquida, come il vino lilla di cui cantava, scrosciante sulle corde della chitarra come l’acqua del fiume che lo ha inghiottito.

Un ultimo addio, per salutarti ancora una volta, è tutto quello che posso fare.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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