Il Vortice Filosofico – “Essere”, “verità” e “reale”: dove cercarli?

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Il Vortice Filosofico – “Essere”, “verità” e “reale”: dove cercarli?

L’atto di pensare è l’intramontabile che permette ogni sorgere e ogni tramontare.

Parmenide

Essere, verità e reale sono tre nozioni che “affliggono” la storia della filosofia almeno da quando abbiamo notizie della stessa, ovvero dai suoi esordi con le riflessioni dei cosiddetti presocratici: tutti abbiamo in mente, a riguardo, l’essere che è divenire di Eraclito (πάντα ῥεῖ) e l’essere che è verità e logos non contraddittorio, realtà immobile ed immutabile di Parmenide. Rileggendo per grandi passi la storia della filosofia europea, si ha come l’impressione che, almeno fino al Novecento, l’impianto teoretico di essere, verità e realtà perfetti ed incontraddittori abbia dominato: dopo Parmenide, Platone ha il “merito”, con la sua teoria delle idee, di aver perfezionato questa concezione che ci costringe a cercare l’essere e la verità al di fuori dell’esperienza; ma perché è necessario puntare altrove, fuori dalla nostra portata, per comprendere problemi nostri, di uomini? La risposta può sembrar banale: come a noi il mondo appare un groviglio inestricabile di problematicità diffuse, così, probabilmente, doveva apparire anche a Platone e ai suoi successori, e dunque, una soluzione possibile è quella di pensare che il nostro quotidiano non sia altro che un pallido riflesso di un mondo ideale, trascendente, ultra-umano, perfetto ed immutabile, che riposa sotto la garanzia dell’essere e della verità. Pensare che le cose siano dominate da un tale assetto, ci libera di numerose preoccupazioni, ci rende più tranquilli, meno esposti alla casualità, alla caducità e alla confusione; ci fa, in altre parole, più padroni del nostro orizzonte di riferimento.

È facile intuire, una serie di pericoli che nascono da una tale visione: moltiplicare i mondi, non è una cosa da poco; ammettere che il livello della trascendenza è per pochi e non per tutti (i filosofi, naturalmente) è una stringente clausola di elitarietà del pensiero che oggi nell’Europa, a parole, egalitaria, nessuno accetterebbe; inoltre i misticismi sono sempre dietro l’angolo. Questo modo di sdoppiare l’universo, insomma, ci appare quasi buffo e velleitario, eppure, si sappia che, con le varie sfumature filosofiche del caso, esso è stato largamente accettato dalla nostra cultura, fino a rimanere, anche ai giorni nostri, un cavallo di battaglia di moltissimi filosofi contemporanei. In realtà questa maniera di concepire il mondo non è solo stata adottata da molti, ma è, quasi, una identità col pensiero occidentale.

Spinoza

L’eredità parmenidea alla filosofia degli europei consiste in un faticoso percorso (la riflessione) per soli palestrati del pensiero (i filosofi), al termine del quale si possono scorgere l’essere, la verità e il reale: queste tre nozioni sono, così, come un elegante balletto visto al Teatro alla Scala di Milano dal palco d’onore, uno spettacolo elitario da gustare, tenere a mente, raccontare e salvare dall’oblio (non è un caso che “verità” in greco si dica ἀλήθεια, il che rimanda al verbo greco λανθάνω, ovvero “ricordare’” che seguendo l’alfa privativa, ci dà un’immagine della verità, come di una non-dimenticanza) come fanno i prigionieri liberati della caverna platonica.

Esiste, però, come accennavamo, un’alternativa alla prospettiva trascendentale che fa abitare le nostre tre nozioni problematiche, e a quanto pare inseparabili dalla natura umana, in una realtà soprasensibile, e questa è la via immanentista: per filosofi come Spinoza, e soprattutto, nel Novecento, per Gentile, la verità sta nel percorso della riflessione in quanto essa è ricerca di se stessa; ma la novità grandiosa è che il percorso del pensiero filosofico non ha più nessuna meta, essere vero e reale stanno nello stesso atto di pensare, si autoproducono nel divenire e nella contraddizione costitutiva dell’esperienza. Vengono meno, allora, le distinzioni tra sensibile e trascendente: tutto è produzione a partire dal pensiero.

Giovanni Gentile

La grande critica gentiliana, che vede la sua genesi (problematica) nel confronto con la dialettica hegeliana, ha il “merito” (nuovamente tra virgolette: non si cerca un giudizio di valore) di semplificare le cose: non più due mondi incastrati l’uno sopra l’altro, bensì una sola realtà dominata (perché prodotta) dal pensiero.

E la critica del realista dove la mettiamo? Egli direbbe che non tutto è autoproduzione a partire dal pensiero, ma che ci sono cose che esistono e basta, che sono lì e che ci incontrano: ad esempio, il libro di raccolte di poesie di John Keats che sta aperto dietro il display del mio portatile mentre scrivo queste cose, esiste anche se io non lo vedo e non lo penso! L’obiezione sembra davvero convincente, ma basta riflettere un poco di più di quello che il senso comune ci permette di fare in un tempo di ascolto per renderci conto che essa non sta in piedi: infatti, quel libretto, per dire che sta lì, indipendentemente dal mio pensarlo e vederlo, va necessariamente pensato. Anche pensare che un qualcosa non è pensato è innegabilmente pensare. Possiamo liberarci di oggetti, di mondi, di superstizioni, di qualsiasi cosa, tranne che del pensiero: esso ci rimane inesorabilmente dentro, come se fosse il vero cuore pulsante del nostro essere uomini, il punto di partenza di ogni cosa che facciamo e che guardiamo, sentiamo, tocchiamo.

Tutto sorge pensandolo, tutto tramonta pensandolo, ma pensare non tramonta mai!

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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