I Grandi Classici – “Il Golem”, l’uomo-zombie moderno, a cavallo tra fascismi e stipendi

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I Grandi Classici - Il Golem, l'uomo-zombie moderno, a cavallo tra fascismi e stipendiLa trasformazione della materia inanimata, l’insufflazione del soffio vitale, l’ergersi dal fango come per partenogenesi, oh, archetipi, archetipi ovunque, sin dal mito di Deucalione e Pirra – per tacer degli impasti biblici – fino ad arrivare al motore con un’anima che stuzzicò la fantasia di Enzo Ferrari e Robert Pirsig, passando da Frankenstein per arrivare a Io, Robot e L’Uomo Bicentenario, con una spruzzata di esotismo caraibico-horror quando ci troviamo in una apocalisse zombie: a tutto questo dobbiamo per forza aggiungere un Grande Classico come Il Golem di Gustav Meyrink.

Pubblicato a puntate tra il 1913 ed il 1914, ed in volume l’anno seguente, questo “romanzo esoterico” ebbe un enorme successo immediato, frutto anche della genesi della storia, figlia molto semplicemente della figura antropomorfa appartenente sia al folclore medievale che alla mitologia ebraica: in buona sostanza, una leggenda che narra che gli iniziati alla Qabbalah possono fabbricare un gigante di argilla docile e fortissimo, che è possibile animare in vario modo al fine di svolgere lavori pesanti o di difendere il popolo ebraico. L’animazione del Golem, che dovrebbe derivare da una parola ebraica simile dal significato di “materia grezza”, può avvenire ponendo un biglietto in bocca al gigante d’argilla, oppure incidendo una parole sulla sua fronte argillosa, Emeth dal significato di Verità, mentre per disattivarlo è sufficiente cancellare la prima lettera per ottenere la parola Meth, ossia Morte.

Gustav Meyrink

Ovviamente, come in tutte le opere/leggende che abbiamo nominato in apertura, qualcosa non funziona: ovviamente, perché altrimenti non avremmo alcuna Storia da narrare ed ovviamente perché la perfezione non solo non è di questo mondo, ma evidentemente neppure dell’altro, se pensiamo che in prospettiva creazionistica l’essere umano non è altro che un piccolo Golem sfuggito al controllo di Dio. E quindi abbiamo, con questo Grande Classico, un altro membro della nostra personale galleria di Antenati, perché al pari di Kafka, Stevenson, Svevo, Conrad, Il Golem prova a rispondere alla grande domanda nulla nostra natura e destino – autori che si sono distrutti per capire, come Pessoa, o hanno creato personaggi che l’hanno fatto in loro vece, annichiliti da domande e sogni e cabale. Meyrink scrive e si avvale del sogno/incubo nella narrazione, pochissimi anni dopo L’interpretazione dei sogni di Freud: la cabala è presente a partire dalla cadenza con cui si ripetono le apparizioni del Golem, ossia 33 anni, che oltretutto è numero triplicemente magico in quanto frutto del prodotto 3 per 11, la trinità ed il primo numero primo in doppia cifra (peraltro, non è difficile assegnare ad un numero una valenza cabalistica: in una tradizione o nell’altra, tutti i primi 11 numeri hanno una valenza “magica”).

Una raffigurazione classica del Golem

Con una scrittura non facile, ricca di precisione lessicale figure retoriche sulle quali spicca la sinestesia, con un’alternanza di periodi estesi e frasi secche come anni lenti e giorni veloci, Il Golem dipinge un uomo smarrito in un mondo ostile, facilitato nell’affresco dall’ambientazione in una Praga misteriosa e sotterranea: «i rovesci di pioggia spazzavano i tetti e colavano lungo i volti delle case come una cascata di lacrime», ad esternalizzare il dolore di un mondo dove nelle case è contenuto tutto l’odio umano. Qui, un uomo moderno che può dire «Questa non è la mia faccia» (quanto Kafka c’è, in questo), ha smarrito la strada come un Golem che non è stato disattivato, ha smarrito strada ed identità: il transfert opera attraverso il Golem, l’uomo moderno uccide per ritrovare se stesso come ogni bravo serial killer. È il colonnello Kurtz, è Travis Bickle, è Hannibal Lecter, indossa una maschera che lo nasconde per ritrovare il suo vero volto come Batman: in una Praga di burattini e marionette, il Golem e l’uomo moderno si aggirano, il secondo più smarrito del primo, costretto oggi a comperare per esistere – pago ergo sum (quanto dobbiamo ai falsi desideri del consumismo: l’intera permanenza della nostra civiltà, per dirla tutta).

Immagine di un Golem filmico, 1920

È storia di allegoria antifascista, Il Golem? Se pensiamo che la sua cadenzata comparsa 33ennale è un avvenimento che inizia senza alcunché di eclatante, nulla di particolarmente allarmante, un’angoscia montante ammantata di normalità, e che però conduce ad uno spavento per il quale non si riescono in prima battuta a trovare spiegazioni o giustificazioni, effettivamente ne vediamo i segni dell’antica fiamma della violenza e dei fascismi, e le loro devastanti conseguenze.

Ma soprattutto, questo colto, rarefatto a tratti, raffinato sempre, romanzo esoterico lancia uno sguardo disperante sulla massa, sulla folla ancorché presa singolarmente: composta da orde di singoli Golem pronti a cedere il proprio tempo, il proprio pensiero, la propria vita in cambio di un foglietto infilato in bocca, sul quale la verità è stata sostituita dal netto a pagare dello stipendio.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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