L’Umana Commedia – Ciacco e la Firenze dannata del VI Canto

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L’Umana Commedia – Ciacco e la Firenze dannata del VI Canto

L'Umana Commedia - Ciacco e la Firenze dannata del VI Canto
Cerbero

L’Umana Commedia torna nei primi canti della Commedia per presentare uno dei famosi tre canti politici e il suo protagonista: il fiorentino Ciacco.

Dante e Virgilio lo incontrano nel III Cerchio della discesa infernale, nel VI canto, dove vengono punite le anime di chi in vita si macchiò del peccato di gola.

Una pioggia eterna, fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio: i golosi sono sdraiati nel fango e Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue tre fauci. Ha gli occhi rossi, il muso sporco e le zampe artigliate. I dannati urlano come cani per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l’un l’altro mentre la bestia infernale li graffia continuamente facendoli a brandelli.

Cerbero, fiera crudele e diversa, 

con tre gole caninamente latra 

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, 

e ‘l ventre largo, e unghiate le mani; 

graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.   

vv 13-18

In questa apparizione sconcertante e oscena i due protagonisti sono costretti a camminare sopra le anime che giacciono al suolo, disperate e sofferenti. Tra queste una si alza improvvisamente a sedere per parlare con il Poeta. Dante non riesce a riconoscerlo, perché sfigurato e smagrito in maniera atroce, ma questo si presenta come cittadino di Firenze, e risponde al nome di Ciacco.

Della vita di questo personaggio non si conosce praticamente nulla e il suo nome, per esempio, potrebbe essere tanto un soprannome spregiativo (“porco”), quanto un nome proprio. Probabilmente fu, nella Firenze della generazione pre-dantesca, un parassita che veniva invitato ai banchetti per allietare i commensali con le sue facezie, quindi doveva essere ben noto ai lettori contemporanei della Commedia.

La tanto amata e tanto odiata patria del Poeta diventa così il punto di riferimento del canto, ricordato per essere il primo dei tre canti politici, ovvero il VI Canto di ognuna delle tre Cantiche.

Nel Canto qui in questione il punto di vista politico è quello della realtà municipale, dove la protagonista assoluta è Firenze, la città dell’invidia; nel Purgatorio l’attenzione si sposta sull’Italia dei fratricidi per poi, nel Paradiso, arrivare a trattare il concetto di impero nel suo insieme. Ognuno di questi canti mostra l’ideologia politica del Dante autore, un guelfo bianco costretto all’esilio, ma anche tutte le difficoltà di un periodo storico di crisi e frammentazione sociale.

L'Umana Commedia - Ciacco e la Firenze dannata del VI Canto
Il terzo cerchio, illustrazione del manoscritto della British Library, Priamo della Quercia (XV secolo)

Quello del dialogo con Ciacco è però un Dante diverso, un personaggio incuriosito dal passato e dal futuro della sua Firenze che, nervosamente, pone tre domande riguardanti la loro comune patria: Dante vuol sapere quale sarà l’esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali sono le ragioni delle discordie intestine.

La domanda più importante del Canto, che coincide con la prima profezia di tutta la Commedia, è sicuramente la prima. Ciacco risponde con una oscura previsione, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti, i guelfi Bianchi e quelli Neri, verranno allo scontro fisico e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all’aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti, il papa maledetto Bonifacio VIII: i Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa. Proprio quest’ultima parte della risposta fa riferimento al tema dell’esilio, che peserà sulla vita di Dante in una maniera lacerante e profonda e che verrà riproposto in molte profezie durante tutta l’opera.

E quelli a me: «Dopo lunga tencione 

verranno al sangue, e la parte selvaggia 

caccerà l’altra con molta offensione.                            

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l’altra sormonti 

con la forza di tal che testé piaggia.

vv 64-69

 

Alla fine del suo dialogo Ciacco, così come si era alzato, sprofonda di nuovo nel fango del suo peccato, lasciando Dante con risposte importanti ma anche con i dubbi viscerali di una profezia che ancora non capisce.

Il punto fondamentale di questo canto però è sicuramente quello della rabbia.

La rabbia repressa che il Poeta racconta attraverso gli occhi di Ciacco. La rabbia di una città che ha amato profondamente ma che si è trasformata nel teatro dell’odio e dell’invidia, la rabbia di cittadini, vicini di casa, che si massacrano a vicenda fino a distruggere la bellezza della loro patria. La Firenze dei canti danteschi, e più in generale la concezione della politica che Dante regala magistralmente, non sembra così diversa da quella che viviamo ogni giorno.

Una lotta eterna tra guelfi e ghibellini che cancella l’umanità dell’altro per l’interesse, per la gloria, per l’invidia.

Giulia Toninelli per MIfacciodiCultura

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