“Scarpe sulle rive del Danubio”, piccoli passi in ricordo dell’eccidio ungherese

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“Scarpe sulle rive del Danubio”, piccoli passi in ricordo dell’eccidio ungherese

"Scarpe sulle rive del Danubio", piccoli passi in ricordo dell'eccidio unghereseA Budapest in memoria dell’eccidio compiuto dalle “Croci Frecciate”, un partito ungherese antisemita e filonazista, a capo dell’Ungheria dall’ottobre del ’44 fino al gennaio ’45, su una delle rive del Danubio, poco distante dal “Ponte delle catene”, vi è uno strano monumento chiamato Scarpe sulle rive del Danubio: è una installazione che mostra diverse paia di scarpe in bronzo.

Lo scultore Gyula Pauer ha voluto imprimere il momento in cui le vittime, prima di essere legate ad altri due compagni e morire annegate, si toglievano le scarpe, forse l’ultimo legame con questa terra dalla quale si separavano in una maniera così brutale. Infatti, chi ricopriva la posizione centrale veniva ucciso tramite un colpo di pistola alla nuca: il peso del cadavere trascinava giù anche i compagni a cui era stato legato. Questo metodo barbaro rimanda a quello utilizzato nei massacri delle Foibe, dove coloro che venivano legati insieme erano molti di più, i colpi sparati colpivano in maniera maggiore, cosicché i morti potessero trascinare nel baratro i vivi, i quali sarebbero deceduti  in preda a un lungo e straziante dolore.

Marco Zavagli, giornalista del Fatto, sul suo Blog ha riportato la sua esperienza per quanto riguarda questo monumento alla memoria.

Mia figlia ha notato le scarpette di una bimba. Mi ha chiesto quanti [anni] avrebbe oggi quella sua coetanea di 70 anni fa.«È una cosa tristissima», ha detto e l’espressione del viso moltiplicava il significato della parola. Si chiedeva anche perché mostrarle, se chi le indossava non c’era più. Le ho risposto che erano lì per ricordare a chi viene dopo. Come io le mostravo e lei, lei le avrebbe mostrate in futuro ai suoi figli. «E se me ne dimentico?» ha domandato. Quelle scarpe saranno qui a ricordartelo.

Le domande della bimba sono un duro colpo per un adulto: infatti, il pensiero che subito la colpisce è quello di potersene dimenticare.  «E se me ne dimentico?», questa semplice domanda è il motivo per cui si cerca ancora di dare una dimensione attiva e viva ai monumenti. Questi servono per poter ricordare, per far sì che il tempo e la storia possano penetrare con tutta la loro potenza. Come scrive Francesco De Gregori «Però la storia non si ferma / davvero davanti ad un portone / la storia entra dentro le stanze e le brucia»: ciò significa che il tema del ricordo è essenziale per la vita sociale umana, al fine di poter instillare l’orrore dell’oblio.

"Scarpe sulle rive del Danubio", piccoli passi in ricordo dell'eccidio ungherese
Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa

Un altro monumento inusitato è il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, il quale si trova a Berlino e simboleggia la morte degli ebrei, forse  un tentativo di redimersi dei tedeschi. Proprio questo sentimento di redenzione si succede a quello della memoria. Dopo aver ricordato, in seguito all’aver riportato alla mente e al cuore gli eventi e i fatti, entra in noi un sentimento che ha una doppia valenza. La redenzione è, da un lato, il tentativo di porre rimedio a ogni azione malvagia o che ha creato dei dispiaceri, e crea in noi la spinta positiva dell’azione riparatrice. Dall’altra, invece, i nostri atti ricadono su di noi, amplificati nella loro portata, ci travolgono, impossibili da cancellare.

La bambina che ha posto quella atroce domanda «E se me ne dimentico?» lega il padre a una dimensione che non è più il presente, ma lo trasporta nell’istante contratto  del tempo stesso: il passato e il futuro sono, nel monumento alla memoria, congiunti, inscindibili. Si mette in atto l’etimologia della parola “storia”, cioè essa è ἱστορία (istoría): è “ricerca” ma anche “testimonianza”, perché legata al vedere.

Questo evento della testimonianza rimanda a un altro cantautore, Guccini, il quale nella sua Il vecchio e il bambino immagina questi due personaggi che camminano, in un paesaggio post-atomico, trasportandoci quasi in una fiaba:

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Nei monumenti alla memoria, questo intreccio di fiaba e realtà è intrinsecamente connesso perché ai nostri occhi  sembra quasi che tutto sia lontano e che non sia possibile che eventi così atroci siano accaduti ed è proprio la memoria a rimandarci a questo orrore, anche se sotto forma di fiaba: la paura dell’eterno ritorno della storia  deve essere la nostra più grande inquietudine, altrimenti l’oblio ci porterà a compiere sempre le stesse sciagurate azioni e nuovi monumenti dovranno essere eretti per la nostra crudeltà. Saremmo capaci di sopportarlo?

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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