L’esistenza indispensabile di Robert Capa

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L’esistenza indispensabile di Robert Capa

portrait-of-robert-capa-009Robert Capa (Endre Ernő Friedmann, Budapest, 22 ottobre 1913 – Vietnam, 25 maggio 1954), considerato oggi il padre del reportage fotografico di guerra, è stato un vero rivoluzionario nel campo della fotografia. La caratteristica che più lo contraddistingueva era uno smodato interesse per la scoperta, per l’analisi, per la ricerca.

Figlio di una modesta famiglia di sarti, Capa in giovane età è così attivo nella sinistra studentesca che fin dalla fine degli anni ’20 che verrà esiliato dall’Ungheria: studierà giornalismo in Germania, a Berlino, alla Deutsche Hochschule fur Politik. Durante gli anni dell’università, Capa si avvicina alla fotografia: la situazione economica della famiglia non permetteva il mantenimento del figlio all’estero, così che il giovane Capa iniziò a lavorare parallelamente agli studi. Caso o fortuna che sia, vuole che Robert Capa divenne assistente di laboratorio presso l’importante agenzia fotografica berlinese Dephot. Il talento di Capa fu notato immediatamente e prestissimo gli furono affidati i primi reportage di cronaca locale da realizzare in modo autonomo, ai quali seguirono con altra rapidità incarichi di spessore decisamente più rilevante. Allo scadere del primo anno presso Dephot, Robert Capa è a Copenaghen per fotografare le lezioni di Lev Trotzkij ma nel 1933, al momento dell’ascesa al potere di Hitler, fa ritorno dopo anni nella sua città per rifugiarsi, salvo poi ripartire alla volta di Parigi. Qui rimarrà giusto il tempo di conoscere Gerda Taro, il suo grande amore.

robert-capa-israele-950x514Su Gerda si potrebbero spendere fiumi di parole, ma ci limiteremo a dire soltanto che non fu soltanto la compagna di Robert Capa, fu soprattutto la prima giornalista di guerra a morire per il suo lavoro, nonché una delle fotoreporter più capaci di sempre. L’animo irrequieto di entrambi li spinge a viaggiare continuamente, spostarsi, cercare verità nascoste senza sosta. È agosto quando si recano in Spagna per fotografare la guerra civile, scoppiata nel luglio 1936. I due lavorano insieme e indipendentemente, coprendo i vari fronti spagnoli. Nel luglio 1937, quando Capa si trova a Parigi per lavoro, Gerda Taro muore schiacciata da un carro armato spagnolo durante la battaglia di Brunete, vicino a Madrid. Il dolore segnò Robert Capa in modo irrimediabile. La loro storia d’amore è una delle più belle di sempre, tanto da entrare, per la sua profonda poeticità, a far parte della cultura moderna nei modi più disparati. Una meravigliosa canzone di Alt-J, Taro,  racconta questa storia d’amore e dolore.

Dopo la perdita di Gerda, Robert Capa si butterà a capofitto nel lavoro, che lo occuperà ininterrottamente fino alla fine dei suoi giorni. Passerà un periodo in Cina, per poi tornare a documentare guerra civile spagnola ed in particolare la sua fine nel 1939. Si sposterà quindi in America con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: qui diventerà uno dei fotoreporter di punta della rivista Life, documentando il conflitto mondiale su più fronti, muovendosi da un continente all’altro come se fosse la cosa più naturale da fare.

tainoguerracivilCon la fine della guerra, Robert Capa diventa cittadino americano e, anche se per un breve periodo soltanto, pensa alla possibilità di fermarsi diventando regista Hollywoodiano. Quel mondo gli calzerà però stretto ancora prima di entrarci per davvero e nel 1947 fonda l’agenzia fotografica Magnum con alcuni amici, tra i quali ricordiamo David Seymour e Henri-Cartier Bresson. In quel periodo il suo viaggiare è inarrestabile: Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Israele sono solo alcune delle tappe del suo girovagare di quell’anno, arrestato solo dalle accuse di comunismo da parte del governo americano, in quel periodo “deviato” dal panico generatosi nel periodo McCarthy, tanto da ritirargli il passaporto.

Nel 1954 viene inviato da Life a fotografare la guerra dei francesi in Indocina per un mese: il 25 maggio di quell’anno, durante una missione militare francese verso il delta del Fiume Rosso, in una sosta Capa calpesta accidentalmente una mina anti-uomo, restando ucciso. Una morte troppo semplice, troppo banale forse, per un reporter che tanto avventuroso e spregiudicato.

Senza Robert Capa probabilmente la nostra percezione della realtà storica del secolo scorso sarebbe completamente differente. Nessuno meglio di lui ha saputo riportare testimonianze indelebili, così prive di giudizi gratuiti e facili vittimismi. La sua memoria vive, oltre che nei suoi scatti intramontabili, nel premio annuale Robert Capa creato da Life, e nell’International Center for Photography di New York fondato tra gli altri dal fratello Cornell Capa.

Chiara Parodi per MIfacciodiCultura

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