Gina Pane e il suo corpo che sanguina: un atto liberatorio, per amore nostro

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Gina Pane e il suo corpo che sanguina: un atto liberatorio, per amore nostro

Azione sentimentale, 1973

Con il XX secolo, e in particolare dopo il secondo dopoguerra, l’arte chiede al fruitore una trasformazione per poter assorbire la novità e lo shock. Lo spettatore dimentica il privilegio della contemplazione ed interagisce con l’opera d’arte, ne apprezza gli aspetti più oscuri, diventa carnefice dimenticando che la finzione ha un limite. Ma anche l’arte si spinge oltre i limiti della finzione, tanto che la materia dell’arte diventa la carne umana, il corpo lacerato e sanguinante. L’opera d’arte sanguina e il fruitore sa godere di quel sangue. In questo contesto sadomasochista si inserisce una delle maggiori esponenti della Body Art, Gina Pane, nata a Biarritz il 24 maggio 1939 e scomparsa precocemente il 5 marzo 1990 a Parigi a causa di un cancro.

Gina Pane è diventata un simbolo del dolore fisico ed emotivo come liberazione. Le sue performance sono emotivamente sconvolgenti ma hanno un potere rituale, esorcizzante. È una ricerca profonda in se stessa e nell’Altro che fa del limite della sofferenza una forma di rivoluzione. La ferita autoinflitta si tinge di religiosità ed instaura un dialogo di estrema complicità e massima fiducia con gli spettatori. La resistenza al dolore accorcia le distanze tra gli uomini perché è in grado di dialogare con le coscienze.

Il corpo di Gina Pane, come un Cristo moderno, è la cassa di risonanza dell’intera società contemporanea.

Ferirsi è offrirsi, schiudersi e donarsi. Mostrare la propria interiorità senza timori aprendo un varco nel silenzio, spezzando la quiete dell’Altro. È urlare a gran voce che il dialogo è ancora possibile.

Il corpo è un linguaggio universale che, nella sua inevitabile relazione col mondo, si trasforma in una maschera, in un involucro protettivo che nasconde una profondità che spesso non può essere rivelata. Nei movimenti di protesta del 1968 Gina Pane si affianca al movimento di emancipazione femminile. L’involucro è una menzogna, poiché il bell’aspetto non corrisponde necessariamente alla bellezza d’animo. Il terrore di veder sfiorire la bellezza, di lasciar scorrere il tempo sul proprio corpo, riflette il condizionamento della società.

Action Transfert, 1968

Ferirsi il volto, per Gina Pane, è ribellarsi a un ideale di estetica femminile imposto, alla subordinazione e ai soprusi. Significa palesare il dolore di ogni donna sperando che nelle donne scatti la ribellione e la forza di essere se stesse. La donna non deve aver paura del proprio ruolo nella società contemporanea. La ferita dell’artista può tradursi in una presa di posizione collettiva.

C’è bisogno di una frattura, di un grido lacerante. Se la società non fosse stata ferita, Gina Pane non avrebbe sentito l’urgenza di ferirsi. Mutilarsi, in questo caso, non è autodistruzione, non è puro autolesionismo, ma è mostrare all’Altro il proprio dolore, che fluisce e abbandona il corpo. Il ferimento comunica, chiede e risponde, attivando una relazione intensissima tra artista e spettatore.

Il percorso artistico di Gina Pane non ha avuto inizio dalla sacralità del corpo umano. Le prime performance si concentrano sul corpo che appartiene a tutti, il corpo ecologico, ossia la natura, che l’uomo può scegliere di amare, ascoltare, curare, distruggere e annientare. Si può quindi affermare che il primo approdo artistico della Pane sia stato la Land Art, tuttavia è già presente il gesto di amore.

Le prime performance legate alla Body Art si svolgono nell’intimità dell’atelier, insieme a Françoise Masson che documenta fotograficamente l’azione. Gina Pane riporta su di sé il dolore della natura, della guerra in Vietnam e delle devastazioni che affliggono l’umanità. Con le proteste del 1968 Gina Pane si palesa come donna, artista e omosessuale.

Azione sentimentale, 1973

La sua performance più nota è Azione sentimentale del 1973. Presso la Galleria Diaframma di Milano, l’artista si presente di fronte a un pubblico esclusivamente femminile vestita di bianco, con un bouquet di rose rosse dal quale stacca le spine per conficcarsele in un braccio. Dall’arto colano rivoli di sangue, le rose rosse vengono sostituite da rose bianche. Si incide il palmo della mano con una lametta e attraverso la propria sofferenza incanala la sofferenza altrui e la lascia fluire. La sposa si è purificata attraverso il contrasto tra sangue e candore, è libera di amare e farsi amare.

Il pubblico trova sconcertante questo martirio, ma allo stesso tempo se ne compiace. Eccoli, i fantasmi della società.

Se apro il mio corpo affinché possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’Altro.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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