L’attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande è l’ennesimo attacco alla nostra Speranza

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L’attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande è l’ennesimo attacco alla nostra Speranza

L'attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande è l'ennesimo pesante attacco alla nostra Speranza
Foto dell’attentato di Manchester

È l’ennesimo risveglio doloroso, oggi, quello europeo. L’ennesimo momento di sconforto. Seduti sul divano, con il caffè in mano, nuovamente a leggere di vittime, di kamikaze, di momenti di gioia e divertimento conclusi in tragedia. Ricorda un po’ il Bataclan, ma le discrepanze in realtà sono più di quante potrebbero sembrare ad un primo, attonito, sguardo. Il concerto di Ariana Grande a Manchester, nello stadio più capiente d’Europa, è un’occasione ben diversa dall’esibizione in un piccolo locale di un gruppo metal poco conosciuto (e diventato tristemente noto). Si tratta di una pop-star americana, simbolo di un ben preciso tipo di cultura, in uno stadio da 55 097 posti. Uno stadio vicino ad una stazione, dove tanti genitori attendevano i figli e le figlie alla fine del concerto. Non posso e non riesco ad immaginare come sia aspettarsi una figlia felice, con un cerchietto con delle orecchiette carine, e invece trovarsi di fronte una fiumana di gente terrorizzata, urlante.

Si pensa che l’attacco sia avvenuto alla fine del concerto perché, come solitamente accade, l’attenzione delle forze armate viene meno. Quello che è certo è che l’esplosione è avvenuta vicino alle biglietterie, approfittando quindi del defluire del pubblico verso le uscite.

Forse, riflettendoci a mente fredda, si potrebbe vedere questo attacco più come una minaccia che come un vero intento di fare una strage: potenzialmente, le cose sarebbero potute essere molto più gravi. Una bomba sotto al Manchester Stadium, pieno, durante una partita, porterebbe a più di 55 mila vittime. Se si è arrivati a mettere un ordigno nella biglietteria, quanto può passare prima di farsi esplodere in uno stadio?

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La fuga in stazione

Per ora il numero di vittime supera la ventina, ma tra feriti e dispersi i numeri sembrano destinati ad aumentare: molti cercano ancora i famigliari, soprattutto le figlie smarrite nella folle fuga verso l’uscita. Esattamente come al Bataclan e a Nizza, le persone si sono adoperate per aiutare le persone che scappavano dallo stadio: taxi gratis e porte aperte degli appartamenti per accogliere i fan sotto shock. Paula Robinson è diventata già un’eroina: ha salvato cinquanta bambini rimasti soli dopo l’attentato. Nuovamente Twitter è diventato un’àncora di salvezza, dove le madri cercano i propri figli e la polizia diffonde notizie come quella di Paula.

Ariana Grande, icona pop arrivata al mondo della musica tramite la Disney, come tante altre cantanti come lei ha un pubblico molto giovane. E viene da pensare che chi ha colpito qui ne fosse a conoscenza. Questo lascia ancora più sgomenti, perché sembra un ulteriore messaggio di terrore: non abbiamo paura a colpirvi mentre vi divertite, mentre meno ve lo aspettate, e non ci fermiamo nemmeno di fronte alla consapevolezza di aver di fronte giovani ragazzi con i propri genitori.

E sono ormai certificati, tra le vittime, dei bambini.

Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco, ma solo le indagini potranno darci conferme: certo, è difficile pensare che in questo caso si parli di un cane sciolto come fu per il ponte di Westminster lo scorso marzo. Anche perché è risaputo che Manchester sia una zona abitata da un forte radicalismo islamico e, da qui, molti giovani sono partiti alla volta dei paesi arabi per combattere la causa dell’Isis.

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Il simbolo di cordoglio usato sui social

Le reazioni dei social sono ormai quelle cui ci siamo – ed è triste dirlo – abituati: immagini del profilo a supporto delle vittime, hashtag, cui si aggiungono i messaggi di cordoglio delle istituzioni, dall’Europa all’America. A ciò si aggiungono i vari articoli carichi di speranza, schierati contro chi ha portato terrore e paura spinto da ideali folli (tutt’altro che religiosi).

Non si può certo non menzionare il fatto che la Gran Bretagna in questo momento viva un momento delicato, tra Brexit ed elezioni: la campagna politica britannica non deve aver alleggerito un clima di per sé complicato. A ciò si aggiunga il viaggio di Trump, non esattamente un uomo di basso profilo, che a breve giungerà anche a Roma per incontrare una delle più alte cariche di potere (il Papa). Non possiamo, infine, non aggiungere che anche le elezioni francesi non hanno certo aiutato a distendere un clima di xenofobia, pregiudizi ed estremismi tutt’altro che distensivi in un’Europa già facile bersaglio. Il dilagare di propagande intolleranti, respingenti e potenzialmente offensive non può placare un clima come quello che ci troviamo a vivere.

Il terrorismo è una conseguenza. È una conseguenza della disperazione, del dolore della guerra, di politiche tutt’altro che avvedute attuate dai “paesi del Primo Mondo” in quella parte del mondo custode dell’Oro nero. È la conseguenza di vite vuote e senza più una direzione, tanto in Medio Oriente quanto in Europa: le coscienze vengono facilmente deviate quando non si ha più nulla in cui credere, per cui vivere.

L'attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande è l'ennesimo pesante attacco alla nostra Speranza
Ariana Grande ha annullato tutte le date del tour “Dangerous Woman”. Ironia della sorte che fosse proprio questo il nome del tour?

Come fu per gli altri attentati, tra Bataclan, Orlando e Nizza, la reazione europea è sempre molto unitaria: la Speranza. Si inneggia al ritorno alle proprie attività, alle proprie faccende, ai propri concerti e al proprio divertimento.

Forse, però, è troppo tardi per parlare di normalità. Non è normale ciò che sta accadendo e non possiamo pretendere di vivere le nostre normali vite di fronte a stragi di questo tipo. La posta in gioco si sta alzando, e ora tra i bersagli ci sono anche i bambini. I vari servizi di intelligence lottano contro questa guerriglia mobile, ma pare vi sia sempre una falla, un luogo in cui il male può insinuarsi: che siano gli Champs-Élysées, il Batalcan, i mercatini di Natale o uno stadio gremito.

Che sia ora di reagire davvero e, pur tornando alla normalità, sia il momento di pensare a soluzioni concrete? Quanto a lungo ancora riusciremo a vivere in un mondo così fuor di senno?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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