L’aborto in Italia è diventato ormai un diritto sempre negato?

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L’aborto in Italia è diventato ormai un diritto sempre negato?

abortoEra il 22 maggio 1978 quando la legge n.194 veniva approvata in Italia, attua a disciplinare le modalità di accesso all’aborto.

Non si può dire che l’aborto sia l’argomento più discusso di questo periodo, anche se sarebbe opportuno, ma il problema della difficoltà di abortire in Italia ha iniziato a comparire su varie testate giornalistiche nelle ultime settimane.

La rinnovata, seppur timida, focalizzazione riguardo a questa tematica così scottante si deve soprattutto al rapporto del Comitato Europeo sui Diritti Sociali, che ha accolto favorevolmente le critiche mosse dal Planned Parenthood Federation European Network, dalla Laiga (associazione di ginecologi per l’applicazione della legge 194) e dalla Cgil.

Secondo queste associazioni e secondo l’organo del Consiglio dell’UE, in Italia sarebbe più difficile applicare l’interruzione volontaria di gravidanza soprattutto per il forte numero di medici obiettori di coscienza. La legge del 1978, infatti, aveva previsto questa possibilità per i ginecologi che per motivi etici non si sarebbero sentiti adatti a questo compito. Certo, abolire la scelta dell’obiezione di coscienza migliorerebbe indubbiamente le cose da questo punto di vista, ed è un’opinione che dopo questi dati potrebbero formulare in tanti. Se così fosse, però, ci si dovrebbe porre un problema: quali sono i confini che lo Stato garantisce per il diritto dell’obiezione di coscienza? Certamente la questione si farebbe molto spinosa, ma sarebbe forse una domanda da porsi.

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Una delle tante campagne contro gli obiettori

Resta il fatto che, essendo prescritto per legge, alle donne il diritto di aborto deve essere sempre garantito, e nascondersi dietro ai valori solo per rinunciare a fare il proprio lavoro di medico è un comportamento, questo sì, assai immorale. Perché molte associazioni di ginecologi non obiettori denunciano che è proprio la diminuzione di compiti e mansioni per chi fa una scelta che dovrebbe essere dovuta all’etica, a far schizzare in alto la percentuale di medici che non effettuano interruzioni volontarie di gravidanza: in Italia si aggira intorno al 70%. Questi furbetti è difficile penalizzarli direttamente, ma è sempre possibile agire dall’altro punto di vista: riconoscere una legittima superiorità, salariale ma non solo, a chi a tutti gli effetti svolge un compito in più rispetto agli altri, oltretutto per niente facile. Dobbiamo ricordarci, infatti, che per nessun medico e per nessuna paziente è piacevole l’esperienza dell’aborto e sarebbe ingiusto a questo proposito non citare le associazioni, cristiane e non, che assistono le donne in difficoltà e che offrono assistenza e conforto. Ora, molti gruppi parlamentari stanno lavorando per modificare la legge 194, in funzione di un innalzamento del numero di medici non obiettori, ma per il momento sembra si fatichi a trovare una soluzione al problema.

Bisognerebbe a questo punto ripensare al fatto che l’obiettivo finale di ogni azione politica va nella direzione di diminuire il numero di interruzioni di gravidanza: per fare ciò, come già molti sostengono, si può anche aggirare il problema investendo su programmi di educazione alla sessualità e sensibilizzazione all’uso dei contraccettivi. Sebbene tutto questo debba essere fatto al più presto, non si può pensare che l’aborto scomparirà del tutto, e penso che sia favorevoli che contrari debbano e possano andare incontro all’uomo e alle sue esigenze, ma per fare ciò occorre smetterla di far finta di non vedere e iniziare a farsi un’opinione, partendo però dall’incontro con le persone.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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