Il lavoro nobilita davvero l'uomo o ormai è diventato mero mezzo di sopravvivenza?

45 anni di Statuto dei lavoratori: ma i lavoratori ci sono?

Il lavoro nobilita davvero l'uomo o ormai è diventato mero mezzo di sopravvivenza?
Francois Millet, “Le spigolatrici” (1857)

Oggi, 20 maggio, nel 1970 diventava legge lo Statuto dei lavoratori in Italia, a seguito dell’autunno caldo, cioè i sette mesi che avevano visto il continuo susseguirsi delle proteste dei lavoratori. Le loro richieste diventano effettivamente soggette alla legislazione italiana.

Infatti, nonostante l’articolo 1 della Costituzione Italiana reciti che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, mancava una legislazione precisa e puntuale per i lavoratori, in particolar modo per gli operai industriali.

I problemi erano arrivati anche dopo la grande trasformazione subita dal mondo lavorativo dopo la Seconda Guerra Mondiale e il boom economico: con il progredire dell’industria, molti migrarono dal sud verso i grandi centri del nord in cerca di lavoro. Le campagne e il lavoro agricolo, che da sempre avevano caratterizzato il paese, vengono sempre più in secondo piano e abbandonate. Ma, in tutto questo, il rapporto tra operaio dipendente e il proprio datore di lavoro non era mai stato regolamentato, lasciando le decisioni ad un livello quasi totalmente personale. Discriminazioni e ricatti non erano vietati dalla legge, e tutto era nelle mani dei proprietari d’azienda.

Con lo statuto, furono soddisfatte molte delle richieste avanzate dai lavoratori: la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, gli aumenti salariali e il diritto di assemblea nelle fabbriche con più di 15 dipendenti. Ed è proprio in questo momento che viene inserito il tanto discusso articolo 18, per limitare i licenziamenti senza giusta causa e regolamentarne i risarcimenti nel caso di ingiustizie.

Dopo le rivolte, gli scioperi e le occupazioni, finalmente era avvenuta una regolamentazione. Tra datore di lavoro e lavoratore potevano intervenire anche altri enti, come i sindacati, per salvaguardane i diritti. Finalmente, anche gli operai potevano avere voce in capitolo.

I movimenti del Sessantotto, non solo in Italia, sottolineano l’importanza del lavoro industriale dopo le due guerre e il ruolo sempre più preminente nella società non solo dell’industria ma anche di chi vi lavora.

La difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori era diventata un tema di dibattito e di protesta e, finalmente, aveva ottenuto risposte.

Ma che importanza ricopre, effettivamente, l’attività lavorativa nella vita dell’uomo?

Il lavoro nobilita davvero l'uomo o ormai è diventato mero mezzo di sopravvivenza?
Gustave Courbet. Gli spaccapietre. 1849.

Potremmo vederla, semplificando, in due modi: o come un giogo, che non ci rende possibile realizzare la nostra essenza e che, in certi casi, può diventare strumento del potere. Accanto a questa visione più nietzschiana, potremmo accostarne una molto più positiva: il lavoro sarebbe una modalità in cui la coscienza si costruisce e riconosce come tale, comprendendo la propria posizione e la propria specificità, anche alla luce dell’eterna dualità di servo e padrone, come ci può suggerire una visione più hegeliana. Certo, l’individualità di un uomo non dipende solo dal lavoro che fa, ma anche il ruolo che rivestiamo in una comunità ci porta a capire chi siamo.

Insomma: potremmo dire che lavoro nobilita l’uomo o lo rende eternamente asservito e infelice?

Tuttavia, se abbiamo combattuto e tutt’ora combattiamo per questo, forse un valore lo ha. Andando oltre alle ovvietà, per cui senza impiego salariato non si potrebbe sopravvivere, dal punto di vista esistenziale sembra avere un ruolo. Scioperiamo, ci indigniamo, difendiamo i nostri diritti e non sopportiamo i soprusi. A distanza di 45 anni, gli stessi sindacati di allora lottano e manifestano con noi e per noi.

Lavorare ormai è una parte integrante della nostra vita, e studiamo e approfondiamo sempre di più le nostre conoscenze per svolgere un’attività che ci piaccia. Qualsiasi sia la nostra aspirazione, cerchiamo di farne qualcosa con cui e per cui vivere, dall’arte alla musica alle cose più pratiche. Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita, disse Confucio. Certo, perché questo accada è necessario che vi siano le giuste condizioni: nessuna discriminazione, nessuna vessazione, la giusta retribuzione e orari di lavoro adatti alla propria realizzazione.

Il lavoro nobilita davvero l'uomo o ormai è diventato mero mezzo di sopravvivenza?

La scelta di un lavoro, alla fine, è ciò che ci accompagna da quando siamo piccoli e chi veniva posta l’annosa questione: che lavoro vuoi fare, da grande? E da quel momento in poi le nostre decisioni dipendono dalla risposta, alle volte un po’ irrealizzabile, a quella domanda.

In Italia, con l’elaborazione del Jobs Act, la discussione sul mondo del lavoro è più attuale che mai. Per come era stato annunciato, avrebbe dovuto risolvere il problema della disoccupazione. E invece, le stime (ma anche la quotidianità) ci confermano giorno dopo giorno come le cose non sembrano cambiare.

Ma se, come vorremmo qui sostenere, il lavoro può aiutare a costituire e costruire la coscienza di un individuo, anche se non nella sua totalità, che individui potremmo mai essere (e crescere) se non è più nemmeno possibile chiedersi “che lavoro voglio fare da grande?”. Perché, purtroppo, ora la domanda sembra essersi trasformata in “quale lavoro devo scegliere per sopravvivere?”.

 

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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By on maggio 20th, 2017 in Articoli Recenti, Society

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