Ji Hyun Kwon in mostra a Milano: un'indagine fotografica sul senso di colpa

Ji Hyun Kwon in mostra a Milano: un’indagine fotografica sul senso di colpa

Maria, Regno Unito – Inutile

Uno degli scopi dell’arte è quello di farci sentire più vicini ai compagni dell’avventura della vita e farci cogliere quello che nel mondo spesso non riusciamo a scorgere. Offuscati dalla velocità, da relazioni umane transitorie e da un disorientamento esistenziale, l’arte ci riporta al centro dell’animo umano, aprendo le porte anche ai sentimenti più oscuri e inconfessabili. Una mostra presso la galleria Still di Milano, fino al 11 giugno, indaga sul senso di colpa, uno dei sentimenti più laceranti che si possano provare. La ricerca fotografica The Guilty compiuta dall’artista coreana Ji Hyun Kwon dal 2009, è all’insegna della ricerca di se stessi attraverso il linguaggio specchiante della fotografia.

Ji Hyun Kwon è nata nel 1981 in Corea del Sud e attualmente vive e lavora a Berlino. The Guilty affonda le radici nell’esperienza personale dell’artista, la quale scelse di abbandonare la carriera di avvocato per diventare fotografa. Un lavoro stabile, una carriera assicurata, soldi, famiglia, case, vacanze, tutto lasciato alle spalle per lanciarsi nel mondo dell’arte. Abbandona la stabilità per seguire il richiamo del cuore. Cresce in lei un senso di colpa logorante nei confronti della famiglia, delusa dal salto nel vuoto della figlia. Una vita di sacrifici e investimenti buttati all’aria per un capriccio. Deludere la propria famiglia fa sentire vili, riprovevoli.

Ma perché soffocare il proprio istinto, la propria passione, solo per non deludere le aspettative dei propri affetti?

Mahdi, Arabia Saudita – I miei errori mi feriscono. Ma nonostante questo li ripeto

Il senso di colpa è inevitabilmente presente in ognuno di noi. Non provare senso di colpa in seguito a una reale trasgressione è patologico. È connesso alla società, al vivere in comunità e dunque alle regole, ma anche a meccanismi inconsci dettati dai legami affettivi. È un fatto di coscienza. Freud riconduceva l’origine del senso di colpa al complesso di Edipo, ossia dalla consapevolezza di una distinzione tra pensiero e realtà e dalla ripugnanza del desiderio proibito.

Le motivazioni e il grado dei sensi di colpa variano da cultura a cultura. Le fotografie di Ji Hyun Kwon rivelano in modo affascinante questa varietà emozionale: i sentimenti cambiano non solo nel corso della vita di un individuo, ma anche a livello culturale.

La società influenza drammaticamente la percezione di sé e del mondo. Ad esempio nelle società dell’Estremo Oriente il senso di colpa ruota soprattutto intorno all’ambito lavorativo, nel Medio Oriente nei confronti della religione e in Europa e Nord America, società marcatamente individualiste, nei confronti di se stessi e delle relazioni amorose.

Le fotografie di Ji Hyun Kwon ritraggono volti di uomini, donne e bambini. Diverse età, nazionalità, colore della pelle, ma in tutti i volti si ritrova la stessa espressione contratta di dolore, una smorfia che implora comprensione. Ogni sguardo racconta un segreto che genera vergogna, un segno che non si riesce a cancellare e a soffocare.

Yoo Jin, Corea – Non sono più andata in chiesa con la mia famiglia dal momento in cui sono stata trattata come un’emarginata da un gruppo di adolescenti. Mi sento in colpa per aver deluso mio padre

I soggetti sono fotografati in posizione frontale, sempre alla stessa distanza dall’obiettivo, lo sfondo è uniforme, di un grigio neutro, lo sguardo è dritto in camera. Sono esaltate le imperfezioni della pelle, i capelli fuori posto e lo scintillio degli occhi. Occhi profondissimi, feriti, imploranti. Scatta la compassione e la galleria diventa una sala degli specchi: lo spettatore si immedesima, vede se stesso nel corpo di un altro.

Il metodo seguito dalla fotografa coreana è quello di instaurare un dialogo con il soggetto del suo lavoro. Dal dialogo emerge il senso di colpa dell’individuo, quello più nascosto, impronunciabile. Come lenire questa ferita, questo marchio nell’anima? Aprendosi, mostrarsi come un libro aperto e scrivere sul proprio volto con un pennarello quel segreto inconfessabile, quella morsa che stordisce, fa palpitare il cuore e spalancare gli occhi nel cuore della notte.

Immortalando la colpa, la si esorcizza. La fragilità è messa a nudo, è un redimersi dal peccato.

C’è quindi uno scambio tra immagine e parola, un confluire di corpo e linguaggio. Il lavoro fotografico di Ji Hyun Kwon potrebbe essere paragonato a un rito collettivo: abbiamo un bisogno estremo di emergere, raccontarci, ricevere conforto ed esorcizzare le paure.

Maureen, Stati Uniti – Non mi dà mai la possibilità di fargli sapere quanto lo amo

Il senso di colpa è una lotta tra quello che tu vuoi e quello che il mondo si aspetta da te. Nasce dal tentativo di liberarsi da certe catene, ma spesso si rivela una cella in cui volontariamente abbiamo deciso di rinchiuderci. Il rimorso ti attanaglia e il passato ti risucchia. Può trasformarsi in rimpianto o rimorso e la colpa fa sentire sporchi. Estremamente inadeguati.

Scrivere sul proprio volto un cruccio esistenziale rende il sentimento in qualche modo immortale, potenzialmente fruibile a chiunque poiché la parola va oltre il tempo. Ma è un rito: è come celebrare il funerale di una parte di se stessi.

Esternare i sentimenti che rabbuiano è un atto di coraggio. Immortalare il dolore altrui è un gesto altrettanto coraggioso. Gli artisti hanno gli strumenti per far emergere il ruolo di ogni individuo. L’arte tira fuori l’umanità.

The Guilty – Ji Hyun Kwon
a cura di Denis Curti
Still, via Balilla 36, Milano
dal 10 maggio al 11 giugno 2017

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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By on maggio 19th, 2017 in Articoli Recenti, Mostre, Visual & Performing ARTs

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