Con la cultura si può mangiare: parola di Edmund Phelps, economista

Con la cultura si può mangiare: parola di Edmund Phelps, economista
Edmund Phelps

Questo mio articolo muove le mosse da un quadro di Paul Gauguin, cioè Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (1897). A questi dubbi e a queste domande esistenziali della baumiana modernità liquida ha provato a rispondere con successo il premio Nobel americano per l’economia (2006), Edmund Phelps (26 luglio 1933), autore del saggio Mass Flourishing: How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change (2013). L’argomento di Phelps è molto semplice: cosa ha prodotto il progresso e la voglia di sapere e andare avanti che ha contraddistinto il mondo negli ultimi due secoli? Il desiderio di affermazione e di andare oltre, senza fermarsi di fronte agli ostacoli dell’esistente. Phelps (2013), tuttavia, rileva che questa spinta è stata arrestata dal corporativismo e dai privilegi dei soliti noti, i quali non intendono rinunciare allo status quo per far posto a nuove leve. In America e soprattutto in Europa, ci siamo ridotti, dicendola col Candido di Voltaire, a coltivare il nostro giardino, senza pensare alle opportunità che stiamo perdendo.

Epitome di questa mentalità stantia e polverosa, simbolo di un arroccamento ormai anacronistico, è stata la tristissima dichiarazione dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, secondo il quale con la cultura non si mangia. Quale paradigma culturale intende Tremonti? Ovviamente quello umanistico, da sempre condannato e vilipeso perché inutile e poco redditizio per tutti coloro cresciuti col dogma del 3% e del rispetto delle norme di bilancio. Dunque, il modello educativo che sarebbe caro alla finanza mondiale è l’utilitarismo di Gradgrind, il protagonista del celebre romanzo di Dickens Tempi difficili (1854), il quale fondava l’istruzione e tutto il sapere sui fatti, sull’empiria e rifuggiva qualsiasi manifestazione della fantasia.

Con la cultura si può mangiare: parola di Edmund Phelps, economistaTuttavia, rilevo con piacere che, nel corso degli ultimi anni, sono emerse voci dissonanti, le quali sostengono invece che con la cultura (specialmente quella umanistica) si possono invece fare (mi sia perdonata la metafora culinaria) sontuosi pasti. Martha Craven Nussbaum (New York, 6 maggio 1947) ha scritto nel 2010 l’interessante saggio Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities (trad. it. “Non per profitto: Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”, 2013). Nussbaum, di impostazione neoaristotelica, rileva che l’uomo, in quanto animale sociale (secondo la celebre definizione aristotelica), non può isolarsi e non partecipare alla vita civile. Gli studi umanistici, sintetizza Nussbaum (2013), aiutano proprio la partecipazione attiva, l’inserimento nella società e il prendere posizione: in una parola, contribuiscono alla formazione e alla consapevolezza dell’essere umano. A mio parere sono riflessioni azzeccate per l’epoca della post-verità, dove l’assurdo assurge a dogma e la disinformazione regna sovrana (il recente caso del referendum sulla riforma costituzionale è il triste specchio della realtà).

Da studioso nell’ambito umanistico (più sprezzantemente ribattezzato come “scienze delle merendine”) mi trovo spesso a difendere le posizioni di coloro che desiderano un equo trattamento nei confronti dei colleghi provenienti dagli studi, al momento, più di “successo”, come economia o ingegneria, perché concorrono alla realizzazione del tanto idolatrato PIL.
Vorrei un sistema equo, che garantisse pari risorse a tutti i campi dello scibile, in quanto l’equilibrio tra una formazione umanistica e scientifica può veramente plasmare noi giovani, la futura classe dirigente.

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Martha Craven Nussbaum

Il nuovo paradigma dei governi dovrà essere questo: investire in conoscenza e garantire una scuola pubblica degna di questo nome per tutti, perché è lì che si scrive il futuro di intere generazioni. Poiché siamo nell’età dei social, è importante anche registrare la presenza di magazine come ArtSpecialDay, i quali hanno recepito il recente invito del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, il quale invita a riportare la cultura al centro. Riprendendo l’inizio della mia riflessione, soltanto nuovi investimenti in cultura e conoscenza potranno indicarci la via.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura  

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By on maggio 19th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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