Bellezza da Adone: essere social non basta

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Bellezza da Adone: essere social non basta

download (2)Facciamo finta di essere seduti su una spiaggia davanti a un tramonto. Che bellezza. Chiudiamo gli occhi, recliniamo leggermente la testa all’indietro per far scivolare la brezza del vento sui capelli. Solo per qualche secondo lasciamoci trafiggere dai tiepidi raggi del sole, facciamo risuonare nelle nostre orecchie attraverso le sottili onde del mare l’eco dei versi di Saffo «Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν»…
Ebbene, «Simile a un dio mi sembra quell’uomo» scriveva la poetessa di Lesbo, componendo una delle liriche migliori di tutta la Grecia classica. Probabilmente la donna alludeva ad uno dei suoi amori, per cui immancabilmente si trasformava in un fuoco. Certamente le sue parole possono calzare a pennello per una figura mitologica, bellissima e affascinante veramente simile a un dio.

Adone.

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Tiziano – Venere e Adone (1553)

Adone, nato dall’unione incestuosa tra Mirra e suo padre, Cinira re di Cipro, viene portato via dalla madre poi tramutata in pianta, per essere consegnato nelle mani delle ninfe protettrici Niadi. Ma alla dea della Bellezza per eccellenza lo splendore del piccolo Adone certo non può sfuggire: lo rapisce inviandolo a Persefone, regina degli Inferi, perché lo cresca lontano dagli occhi del mondo. Ma anche la dea dell’oscurità non può far a meno di venire ammaliata dal fascino di Adone e chiede di potergli stare vicino. Afrodite ancora una volta sfoga la sua gelosia, essendosi invaghita del giovane, il quale però mostra solo il desiderio di cacciare. Zeus è costretto a intervenire, ordinando che trascorra metà anno solare con una dea e l’altra metà con l’altra. Peccato che Adone non ebbe solo un’infanzia tragica: ancor peggiore sarebbe stata la sua giovinezza, dal momento in cui la leggenda narra frettolosamente che un cinghiale lo uccise con un colpo fatale, forse per volontà di Apollo, anch’egli invidioso per l’incanto che il giovane Adone suscitava.

«…che siede davanti a te, e da vicino ti ascolta mentre parli, con dolcezze e con incanto tu sorridi»: i versi della lirica di Saffo sembrano essere scritti appositamente per Antonio Canova, che realizzò, tra il 1789 e il 1794, uno dei massimi esempi di scultura neoclassica: Adone e Venere, riprendendo il mito in questione. Una bellezza di marmo, splendente, levigata, quasi immateriale, al limite della soggezione: il giovane e la dea si scambiano un sorriso e una carezza tenerissima, emblema della bellezza dell’amore e della fugacità della giovinezza, dell’energia e della fioritura che essa porta.

Ora cambiamo vento. Cambiamo atmosfera. Dimentichiamoci di essere stati anche solo con l’immaginazione su una spiaggia deserta e incantevole, dimentichiamoci di aver contemplato l’opera di Canova, dimentichiamoci dell’esistenza del vero Adone.

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Antonio Canova – Adone e Venere (1794)

Ci troviamo nella nostra disastrosa epoca. Nessuno più scrive liriche alla Saffo, nessun locus amoenus, quasi nessun giovane è alla pari di Adone, di quella sua bellezza classica e poetica. Qui la bellezza è diventata duepuntozero. Esistono Barbie e Ken, Re e Regine, Belle e Belli sui social. Nessuna bestia. La nuova fotografia fatta in casa, il fenomeno Facebook, Instagram, Snapchat o quello che più preferiamo, di fatto, inconsapevolmente e inconsciamente ci fa cadere nella trappola: il bisogno di essere socialmente, perfettamente belli.

Guai ad avere un capello fuori posto, una calza smagliata, il colletto della camicia non perfettamente piegato, il mascara non esattamente simmetrico e poi postare un selfie su internet. Infatti abbiamo fatto solo di finta di immaginare quel bel tramonto dal sapore arcaico, altrimenti l’avremmo sicuramente rovinato con un selfie, se ci fosse capitato realmente di viverlo. E la chiave del problema si racchiude proprio in questa sottigliezza (che forse sottigliezza non è): quando siamo veramente felici di un momento, entusiasti di un’esperienza (molto spesso) non postiamo neanche una foto sui social. Non ci interessa. Non ne abbiamo bisogno. Perché l’importante è vivere il momento, non documentarlo per forza. Essere belli in quel momento, in quell’occasione, non sentirsi apposta tali. E non si tratta di pseudomoralismo, perché c’è in gioco molto di più sulla questione: quanto siamo disposti a spenderci in quello che facciamo, a sacrificare una bella fotografia per un bel momento.

Perché che lo si voglia ammettere o meno, l’uomo è fatto per la bellezza, per quella bellezza classica, apollinea. Il suo animo vi è predisposto naturalmente, ma la sua mente no. In mezzo ci stanno quarant’anni di era digitale che bloccano la percezione del ricordo. Guardiamo Adone. Era bellissimo, non poteva fotografarsi, eppure tutti si ricordano di lui. Forse, ingenuamente, sarebbe interessante pensare che una Saffo o un Canova non fossero pienamente consapevoli di creare la bellezza di cui erano capaci, così da non farsi influenzare dal severo giudizio dei posteri. O meglio, dalla folle critica data dai like dei followers.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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