Stefano Tumidei e l’arte nel XXI secolo: una sfida vinta

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Stefano Tumidei e l’arte nel XXI secolo: una sfida vinta

Stefano Tumidei e l'arte nel XXI secolo: una sfida vinta
Per Stefano Tumidei (1962-2008)

Stefano Tumidei e la sfida delle digital humanities: in questo modo potrei riassumere l’impegno che la Fondazione Zeri si è assunta per rendere accessibili online 568 immagini della Fototeca Tumidei, dal nome dell’illustre storico dell’arte bolognese scomparso nel 2008. Già nel 2009, i familiari dell’accademico donarono l’archivio fotografico alla fondazione, ma quando è iniziata la collaborazione tra lo studioso  e l’istituzione culturale bolognese? Il rapporto era iniziato nel 2002, quando lo studioso era diventato consulente scientifico per la catalogazione e l’attività di ricerca della fondazione. Tumidei (1962-2008) si era laureato in storia dell’arte presso l’Alma Mater Studiorum bolognese su Melozzo da Forlì e la pittura romagnola di fine XV secolo e aveva concentrato la sua ricerca su quest’arco di tempo.

Il fondo è costituito da 11.247 fotografie e si articola in due sezioni: la prima organizzata in fascicoli monografici divisi per artista e archiviati in ordine alfabetico in 31 faldoni, la seconda ancora da ordinare.
La sezione ordinata è costituita da 5.655 foto che riflettono il percorso critico e l’attività scientifica dello studioso, dalla pittura del Quattrocento, alla scultura del Sei-Settecento in Emilia e in Romagna.

Horst Bredekamp

Si tratta prevalentemente di stampe in bianco e nero alla gelatina, fotografie a colori (cibachrome e stampe a sviluppo cromogeno), diapositive e stampe fotomeccaniche databili tra l’inizio degli anni Ottanta e il 2007.

Le fotografie provengono dagli archivi fotografici di musei e soprintendenze (450 dall’archivio della Soprintendenza di Bologna), dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, da case d’asta, da ditte fotografiche italiane e straniere. È opportuno insistere sull’attività fotografica di Stefano Tumidei, svolta con grande passione e affetto, come se l’arte fosse veramente una vocazione. Lo studioso bolognese ci ha lasciato 450 negativi e 1.750 provini. Gli scatti sono stati realizzati durante i suoi innumerevoli viaggi italiani e stranieri, rivelando la costante ricerca dell’osservazione perfetta, dell’inquadratura perfetta e al particolare.

Bernini, Busto di Bartolomeo Roscioli (fototeca Tumidei)

L’acribia fotografica dell’accademico bolognese, è da accostare pienamente all’opera di ricerca di un altro storico dell’arte, il tedesco Horst Bredekamp, il quale, con la sua teoria dell’atto iconico, svolge un’operazione non dissimile da quella dello studioso italiano: l’immagine ci parla, non è mai qualcosa di statico e definito, ma, romanticamente, è una costruzione in fieri. Le foto dello studioso bolognese vogliono dimostrare proprio questo: una diversa posizione o un particolare specifico possono comunicare cose che, prima facie, non è possibile cogliere.

Qual è il senso di questo progetto nella modernità liquida? È ancora possibile parlare di arte senza dover ricorrere a spot elettorali o politici? Nel proseguo dell’articolo cercherò di rispondere a questi quesiti. Se è vera l’asserzione dostoevskjiana che la bellezza salverà il mondo, allora possiamo credere senza ombra di dubbio che il progetto della Fondazione Zeri vada in questa direzione: rendere fruibili migliaia di opere dal Medioevo al Settecento significa far sì che il grande pubblico possa partecipare non soltanto allo sviluppo meramente diacronico, ma soprattutto contenutistico e tecnico.

L’arte ci permette di fissare le poche certezze che abbiamo in un’epoca costituzionalmente incerta e la storia plurisecolare di queste immagini sembra indicarci come sia possibile superare ogni difficoltà.

Digital humanities, dove sapere umanistico e scientifico si incontrano

Può l’arte esistere senza politicizzazione? In Italia, purtroppo, sembra proprio di no. Ricordo, con non poca rabbia, la chiusura del Ponte Vecchio decretata dall’allora sindaco Matteo Renzi per una mostra di Ferrari, una decisione calata dall’alto, unilaterale, senza che la cittadinanza ne avesse contezza. L’arte non deve servire alla promozione politica, ma alla conservazione della memoria e del passato.

La nostra politica, ahimè, ha ancora tanto da studiare prima di giungere a questa verità. Questa bellissima fototeca mi consente di parlare di un approccio che permette di risolvere il sempiterno conflitto tra arti e scienze, le digital humanities. Si tratta di un approccio innovativo che consente di unire l’arte alla tecnica e di dimostrare come, in fondo, è possibile permettere alla cultura di produrre PIL, senza invocare la solita retorica della materia inutile e infruttuosa.

Alla luce di queste riflessioni, il dictum dostoevskijano la bellezza salverà il mondo potrebbe diventare realtà. Se lo vogliamo.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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