Luigi Calabresi: luci e ombre di un caso ancora aperto

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Luigi Calabresi: luci e ombre di un caso ancora aperto

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Luigi Calabresi

Il 14 novembre di settantanove anni fa nasceva a Roma Luigi Calabresi, poliziotto, commissario e vice capo dell’Ufficio politico della questura di Milano, ucciso a Milano il 17 maggio del 1972 in un attentato di matrice presumibilmente di estrema sinistra. Il suo nome è legato a doppio filo al caso Pinelli e alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969.

Sinceramente quando ho iniziato a scrivere questo articolo non sapevo bene che taglio dare, e questo perché le opinioni su Luigi Calabresi sono agli estremi: assassino per alcuni, servitore dello Stato accusato ingiustamente per altri. Al centro di tutto, il caso Pinelli e ancora prima la strage di piazza Fontana, che definirono la sua vita e, infine, anche la sua morte.

Nato nel 1937 a Roma, Calabresi prima di arrivare alla questura di Milano frequentò il liceo classico e si laureò in giurisprudenza, per poi decidere di entrare in polizia. Il suo primo periodo a Milano fu dedicato quasi esclusivamente all’osservazione dei gruppi della sinistra extraparlamentare, in particolare anarchici, e da commissario capo visse la stagione del Sessantotto a Milano.

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L’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura dopo l’attentato

Poi, avvenne la strage di piazza Fontana il 12 dicembre del 1969: alle 16:37 un ordigno contenente sette chili di tritolo esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, uccidendo 17 persone e ferendone altre 87. Fu il caos: considerata la «madre di tutte le stragi» e uno spartiacque della storia italiana, la strage fu l’inizio dei cosiddetti anni di piombo, un decennio tra gli anni settanta e ottanta che vide il proliferarsi di stragi, lotta armata e atti di terrorismo.

Luigi Calabresi si trovò a gestire questa prima, terrificante strage nel ruolo di commissario di polizia, e fu proprio con questo ruolo che venne incaricato delle indagini sul caso. La sua vita e la sua morte si legano indissolubilmente a quanto successe il 15 dicembre 1969: alle 23:57 di quel giorno, Giuseppe Pinelli, ferroviere e anarchico, precipita dalla finestra dell’ufficio del commissario, al quarto piano, dell’edificio della Questura di Milano. Pinelli era stato portato in questura due giorni prima insieme ad altri 84 sospettati, tutti facenti parte dei circoli anarchici, per l’attentato di piazza Fontana, ma a differenza degli altri non fu rilasciato. Fu trattenuto illegalmente in questura per due giorni, fino al momento della sua morte. Pinelli e i circoli anarchici vennero poi scagionati, in quanto fu chiaro che quello che avvenne in quei giorni fu una operazione di depistaggio politico volta a nascondere la matrice fascista e le relative complicità di organi deviati dello Stato italiano.

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Giuseppe Pinelli

Quarantasette anni dopo, ancora non si sa quello che realmente successe quel 15 dicembre: dopo che la prima versione ufficiale, quella di suicidio, venne scartata, molte teorie furono avanzate. In molti parlarono di omicidio, in primis Lotta Continua, ma furono formulate altre ipotesi come suicidio in seguito a violenze psicologiche, o per sfuggire alle torture degli agenti. La sentenza dell’inchiesta fu emessa nell’ottobre del 1975, e imputò la morte di Pinelli ad un malore, e la caduta come conseguenza di questo.

A questo seguì una campagna d’opinione contro Luigi Calabresi: il commissario fu accusato di essere il maggiore responsabile della morte di Pinelli, come sostenuto dal movimento extraparlamentare di estrema sinistra Lotta Continua, dal suo giornale e dal libro della giornalista Camilla Cederna, “Pinelli: una finestra sulla strage”, in cui si evidenziavano le responsabilità del commissario nella morte del giovane anarchico. Ci fu anche una Lettera aperta, pubblicata da L’Espresso, in cui quasi 800 giornalisti, intellettuali e politici – tra cui Norberto Bobbio, Umberto Eco e Dario Fo – chiedevano la destituzione di alcuni funzionari di polizia coinvolti nell’indagine, in particolare di Luigi Calabresi. In un sempre maggiore clima di isolamento trovarono spazio le numerose minacce di morte ed intimidazioni contro il commissario, che più volte dichiarò, da cattolico praticante – è stato proclamato servo di Dio dalla Chiesa cattolica –  di trovare conforto solo nella fede.

luigi-calabresi-3-la-stampaTutte queste tensioni culminarono il 17 maggio 1972, quando fu ucciso con dei colpi di pistola alle spalle mentre si stava recando al lavoro. Al suo omicidio seguì un iter processuale lungo e travagliato che si concluse con una dubbia e discussa sentenza solo nel 1997, dopo sette processi, con l’arresto di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino – due militanti di Lotta Continua – come esecutori materiali del delitto, e di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri – i fondatori di LC – come mandanti di questo, sebbene si siano dichiarati innocenti ed estranei ai fatti.

Il 14 maggio 2004 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito la medaglia d’oro alla memoria di Luigi Calabresi.

Molto probabilmente non sapremo mai la verità sul caso Pinelli e sull’omicidio Calabresi, avvenuti in un periodo estremamente turbolento, di scontri e tensioni sociali esplose a causa di pressioni interne ed internazionali, uno dei tanti avvenimenti degli anni settanta e ottanta su cui ancora oggi ci sono ombre e responsabilità mai accertate.

Quello che resta, quarantaquattro anni dopo il delitto Calabresi, è il dolore di un figlio per la morte di un padre che non ha mai conosciuto, raccontato da Mario Calabresi – ora direttore de La Repubblica – nel libro “Spingendo la notte più in là”; il dolore di due famiglie, Calabresi e Pinelli, distrutte e che ancora cercano la verità su quanto accaduto ai propri cari. Sebbene le due vedove si siano incontrate, nel 2009, la verità storica di quanto accaduto in quegli anni è ancora lontana.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. Stefano dice

    Buongiorno, mi permetto di fare delle precisazioni: 1) la campagna di stampa contro Luigi Calabresi iniziò tra la fine del 1969 e l’inizio del ’70, non c’entra nulla l’esito dell’inchiesta sul caso Pinelli. 2) La verità sul caso Pinelli si conosce dal 1975: il ferroviere morì di morte accidentale, dovuta a un malore (i media parlano di “malore attivo” ma nella sentenza questa espressione non compare mai) e senza subire torture (fisiche e psicologiche). Tutti coloro che, senza un minimo di prova, dissero con certezza che era stato lanciato dalla finestra-balcone, gioirono quando l’inchiesta fu affidata al magistrato Gerardo D’Ambrosio (il quale non aveva mai nascosto le sue simpatie per la sinistra), salvo poi rimanere delusi quando il giudice, senza farsi condizionare dall’opinione pubblica, accertò che non c’era stato nessun omicidio. Non c’è più nulla da scoprire.
    3) Anche sull’omicidio Calabresi è tutto chiaro: i colpevoli sono ex militanti di Lotta continua (con buona pace di chi sosteneva che gli assassini andavano cercati nell’estrema destra), i quali hanno avuto pure un processo di revisione (cosa rara in Italia) che ha confermato le condanne. Parlare di “caso ancora aperto” è un’autentica sciocchezza.

  2. Alberto dice

    La ricostruzione sia pure a volo d’uccello è utile a ricordare ciò che accadde. Se poi qualche sciocco vuole attribuire una valore di verità assoluto a quanto testimoniato dai poliziotti, gli unici testimoni dei fatti ancorché anche unici possibili colpevoli, si accomodi. chi si accontenta gode.

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