La depressione può essere immobilità, sofferenza, delusione, paura, ansia – ma mai tristezza

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La depressione può essere immobilità, sofferenza, delusione, paura, ansia – ma mai tristezza

Partiamo da un’ammissione di colpa che, volenti o nolenti, i giovani nati negli anni ’90 dovranno fare: siamo stati tutti un po’ emo. Tutti abbiamo parlato di depressione sui nostri blog di Splinder o sui nostri profilo Netlog, salvo farlo ovviamente con immagini narcisistiche e totalmente inadatte ad un umore “depresso”.

La depressione può essere immobilità, sofferenza, delusione, paura, ansia - ma mai tristezzaQuesta pratica, di cui tutti oggi un po’ ci vergogniamo, era frutto di un modo totalmente tecnologico di vivere l’adolescenza: se una volta si facevano scorrere fiumi di lacrime riversando le proprie emozioni sul diario segreto, con annesso sottofondo mielenso stile Tempo delle Mele, le piattaforme online – quali che esse siano – hanno arricchito il lato egoistico ed egologico di quegli anni in cui nessuno ti capisce e vorresti solo fuggire lontano.

L’adolescenza, poi, finisce. Diventando grandi e voltandosi indietro ci si sente quasi stupidi ad aver affrontato certe situazioni in modo così drammatico e catastrofico, come se la nostra vita dipendesse tutta da quella singola storia d’amore finita male. Crescendo si impara ad affrontare il dolore, a metabolizzarlo e, purtroppo, si impara anche cosa sia davvero la sofferenza.

La depressione, oggi, non ha una vera definizione scientifica: ancora si cerca come definire una patologia psichica che, indubitabilmente, sta diventando la grande malattia del secolo. Vuoi la crisi economica, vuoi la crisi conseguente del mondo del lavoro, vuoi il calo di qualità delle relazioni e i tanti casi di discriminazione giornaliera, nonché una silenziosa e serpeggiante perdita di valori: in un mondo senza punti di riferimenti il crollo psicologico non sembra più una singolarità.

Sicuramente si parla anche molto di più di questi malesseri, che possono variare dalle crisi di ansia a quelle di panico: ma sono tutte sfacettatture di un malessere più vasto, causato da una società che pretende tutto subito, che ci propina di continuo stereotipati ed utopici punti di riferimento irraggiugibili.  Calati in una società dove l’immagine regna sovrana e veicola continui messaggi di perfezione, ma dove nel mondo reale è impossibile fare una carriera davvero remunerativa senza prodigarsi in rinunce e sacrifici, viene facile capire perchè la depressione, oggi, necessiti un suo nome, una sua collocazione medica, uno status proprio che vada oltre ad un “sei solo un po’ triste”.

La depressione non è tristezza.

La depressione è come l’uomo nero di cui ti parlavano da piccolo, e non basta tenere una luce accesa per mandarlo via. Si tratta di una belva nera, dotata di fauci spaventose e ghiotte di qualsiasi tuo sentimento. Quando si è depressi non esiste la tristezza: è qualcosa che va oltre, è qualcosa che scava nell’animo, ti mangia da dentro, si impadronisce di te e ti lascia senza niente. Senza nemmeno te stesso.

La depressione può essere immobilità, sofferenza, delusione, paura, ansia - ma mai tristezzaChi è depresso è un’ombra, silenziosa e scolorita, che attende alla luce degli altri che accada qualcosa. Chi è depresso non agisce, non compie nessuna azione, nè pensa di compierne. Chi è depresso vive nell’attesa che accada qualcosa, e pretende che ciò succeda stando completamente immobile. La stasi è il tipico connotato di una situazione depressiva: si aspetta che le cose cambino. E nel frattempo il tempo scorre, la vita di chi ti circonda va avanti, e lo fa senza di te.

Dall’esterno può sembrare facile la soluzione: fare qualcosa. Qualunque cosa.

Invece, è proprio lì l’insormontabilità di questa malattia, il fulcro di una situazione che si autoalimenta della sua stessa incapacità all’agire: un depresso non riesce a fare qualcosa. Il tutto va oltre ad una pigrizia corprea: è il tuo cervello che è preda di un’immobilità tremenda, fatta da una totale calma esterna che di certo non rispecchia il maremoto di emozioni e pensieri che albergano nella tua mente.

Un depresso ha pensieri più veloci delle azioni: prima ancora che faccia qualcosa, si è già mosso a trovare tutti i motivi per cui quella determinata azione potrebbe non andare a buon fine. Un po’ come un grande condottiero in battaglia, analizza la situazione e calcola tutte le probabilità di fallimento. Il problema è che non prende affatto in considerazione quelle di vittoria. Non c’è spazio per la possibilità: è l’impossibilità di vivere quella che vige su tutto. Un depresso troverà difficile alzarsi dal letto alla mattina, ed è per quello che non vorrà andare a dormire la sera: appena aperti gli occhi ed avviato quella raffinata macchina che è il cervello, si ricorderà di non aver nessun motivo per vivere.

Ricorderà a se stesso perché è un fallito, sciorinando a se stesso tutto ciò che non è riuscito a fare e, quindi, imponendosi un monito funereo: se non sei mai riuscito a fare niente fino ad oggi, perché provarci ancora? Meglio vivere nel non fare, evitando potenziali situazioni di rischio.

Certo, questo implica che non potrà mai nemmeno più provare a vincere, a riuscire in qualcosa: ma chi vive nella casa delle depressione non si cura certo di calcolare le tante possibilità che potrebbe avere se solo ci provasse. Non esiste più il verbo “provare” nel vocabolario della depressione.

Quando il tuo cervello lotta contro di te, costruendoti intorno un muro, rinchiudendo la tua anima nel profondo, anche specchiarsi allo specchio può essere difficile.

La depressione può essere immobilità, sofferenza, delusione, paura, ansia - ma mai tristezzaPerché non ti riconosci, non sai più chi sia quella persona, i cui occhi vitrei e spenti, ti stanno guardando.

Curarsi dalla depressione non è facile, né immediato. E la scelta di prendere antidepressivi è ancora più difficile. Perché se già ti sei perso, potrebbe diventare ancora più difficile trovarti, poi.

Ma il passo più difficile, per un depresso, è dire di esserlo: perché nessuna persona affetta da depressione accetta il suo status. Perché farlo è già fare qualcosa. Riconoscere il problema è cominciare ad affrontarlo.

E fa paura.

E la soluzione può essere solo una: l’amore. L’amore verso se stessi, verso la vita, verso gli altri.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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