La Saga Geniale di Elena Ferrante: Lila come alter Elena?

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Leggendo la fortunata Saga Geniale di Elena Ferrante (L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta) è impossibile non chiedersi se la protagonista Elena, con cui la scrittrice condivide il nome, non sia una trasposizione letteraria dell’autrice stessa e pertanto se anche Lila, migliore amica di Elena e secondo personaggio principale, sia veramente esistita.

Una chiave di lettura del romanzo potrebbe essere la simbologia del doppio, nel senso di sdoppiamento di personalità, qual è quello che avviene tra le due amiche nel romanzo. La scrittrice stessa lo svela già nel primo libro quando fa dire a Lila, l’amica eccentrica, intelligentissima e dalle trovate sempre sorprendenti, “sei un’amica geniale” rivolgendosi invece a Elena, la protagonista dalla personalità più moderata, più modesta, che è sempre angosciata da un sentimento di inferiorità rispetto all’altra. Il rinvio al titolo dell’opera L’amica geniale è evidente e la frase spiazza il lettore che, fino a quel momento, non aveva potuto far altro che identificare “l’amica geniale” con Lila stessa in quanto migliore amica della narratrice.

Questo sdoppiamento trova conferma nel fatto che le vite delle due amiche sembrano essere complementari. Se nei primi due libri è soprattutto la storia di Lila, che è stata costretta a terminare gli studi precocemente, a alimentare la narrazione con i suoi continui capovolgimenti, nei volumi seguenti avviene proprio il contrario. La vita di Elena, dopo essere stata fino alla maturità piuttosto tranquilla, si complica improvvisamente proprio quando quella dell’amica sembra stabilizzarsi.

Allo stesso modo i caratteri delle due amiche prendono forma e si definiscono nel romanzo solo quando vengono messi in opposizione. La bambina Lila è perfida e sfrontata, tanto odiata quanto temuta da tutti i giovani del rione napoletano mentre Elena pare essere di un carattere mite e accondiscendente. Adulta, Elena porta allo scoperto i lati più nascosti e meschini del suo carattere, ci appare spesso egoista, buona solo per interesse; Lila diventa invece sinceramente altruista, sempre pronta ad aiutare gli altri, prima fra tutti la sua amica d’infanzia.

Lila, deuteragonista e alter ego a un tempo, arricchisce la narrazione di significati psicanalitici ardui da interpretare, ma è certo che sembra essere proprio questo tema del doppio e il rapporto di odio-amore tra le due amiche che fanno dell’Amica geniale un grande romanzo. Senza questa figura il libro risulterebbe forse come l’autobiografia un po’ monotona della vita di una giovane donna tra gli anni ’50 e il 2010.

Se possiamo parlare di autobiografia è perché la scrittrice si cura di creare un forte effetto di autenticità: all’inizio di ogni libro abbondano i riferimenti metanarrativi tanto che si ha quasi l’impressione di vedere la protagonista seduta ad un tavolo che scrive la storia della propria vita. E nondimeno, nel momento stesso in cui ci fa avvertire la sua presenza, la scrittrice rende però atto di un’assenza: quella di Lila, che è sempre nominata lungo il romanzo ma non partecipa mai alla stesura del racconto. Solo in un momento Elena accenna di aver ricavato il materiale della storia dalle pagine del diario di Lila, ma questo particolare, oltre a provocare un ulteriore effetto di realismo (come avrebbe potuto Elena, che abitava in quel momento lontano dall’amica, avere accesso a tanti particolari della sua vita?), rafforza il motivo dello sdoppiamento in quanto le due scritture si fondono in una.

La pittura della realtà contemporanea è un altro punto di forza della Ferrante: la dinamicità della vita napoletana, le vicende politiche italiane e mondiali, gli eventi rivoluzionari degli anni ’60 e ’70, costituiscono uno sfondo colorato su cui la Ferrante può intrecciare avvenimenti familiari e personali che proprio dalla storia prendono rilievo e importanza. L’abilità della scrittrice sta nel cogliere la violenza che si cela dietro ogni rapporto umano e, soprattutto, dietro ogni istituzione familiare: dai matrimoni celebrati con fasto e lussi in seno alla società napoletana, patriarcale e tradizionalista, ai riti civili della società borghese più acculturata. Tutti passano al vaglio della penna affilata della scrittrice che nella sua implacabile rappresentazione della società non risparmia né fascisti usurai, né camorristi, né capi di fabbrica, né mogli, madri, fratelli e nemmeno sé stessa. Tutti sono inesorabilmente asserviti alla logica dell’interesse cosicché attraverso i suoi personaggi siamo costretti a metterci di fronte al lato più oscuro di noi stessi e delle nostre relazioni.

Per concludere questa lettura della quadrilogia nel segno del doppio con cui si è cercato di leggerla rimane da chiedersi se la figura dell’amica, sempre invidiata e sempre amata, sia una figura reale o una creazione artistica della scrittrice. Se si trattasse del secondo caso, non saremmo di fronte ad una trasposizione del mito di Pigmalione, lo scultore che, dopo aver dato vita a una statua dalla bellezza ideale, se ne sarebbe perdutamente innamorato? E poiché Pigmalione ricorda un altro grande mito classico, quello di Narciso, verrebbe anche da chiedersi se nella controfigura di Lila la Ferrante non abbia rappresentato un’altra, potente ed idealistica, visione di sé.

Consuelo Ricci per MIfacciodiCultura

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