Lezioni d’Arte – Jan Saudek: se non racconta una storia non è una fotografia

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The World of Men, 1969

Seppur grottesche, erotiche, scandalose le fotografie del ceco Jan Saudek (Praga, 13 maggio 1935) raccontano tutte una storia. Storie di vita, di sesso e di quotidianità. E non bisogna storcere il naso davanti ai suoi scatti, alla viste delle sue pose ammiccanti, della carne spoglia e dei protagonisti morbidi delle sue immagini. Bisogna andare a fondo, se raccontano una storia bisogna pur ascoltarla.

La mostra The family of the Man di Edward Steichen al MoMA nel 1955 lo convinse a voler fare il fotografo professionista. L’esposizione raccoglieva immagini di fotografi internazionali che nei loro linguaggi tutti diversi narravano l’intera umanità dalla vita alla morte. Una varietà di scatti che con uno stile semplice e diretto raccontavano quella che era stata la vita fino a quel momento.

Un’esperienza cruciale dalla quale partì Saudek.

La vita e la morte, lo scorrere del tempo, l’alternanza instabile di momenti felici a drammi esistenziali. Un filo invisibile che accomuna tutti gli uomini oltre lo spazio e il tempo che il fotografo vuole raccontare. Scandaglia cuori e corpi per dar voce alle storie umane.

Se una fotografia non racconta una storia non è una fotografia. Forse è la storia di tutti i nostri pensieri, quelli che diventano pubblici e sfidano i luoghi comuni e quelli che per pudore restano confinati.

Life, 1966

Nascono così negli anni Settanta le sue fotografie in bianco e nero che decide poi di colorare con l’acquerello creando una tecnica originale e minuziosa. Ossessionato dalla nudità, dalle pose erotiche e sfacciate, dal contrasto e dal rapporto fra uomo e donna genera con il suo obiettivo una realtà onirica fatta allo stesso tempo di associazioni, simboli, e di brutale verità. Donne nella loro naturalità con i corpi tondi e i seni abbondanti, effetto del tempo e della gravità. La morte ritratta come scheletro, la vanità come specchio, la sottomissione come catene.

Ogni immagine è frutto di un momento di vita, probabilmente vissuto da ognuno di noi, che il fotografo ceco vuole narrare senza nessuna finzione, nessuna modifica artificiale, nessun tabù. 

Jan Saudek esplora tematiche in cui possiamo riconoscerci: l’infanzia rubata, la violenza, la scoperta del proprio corpo, la conquista della sessualità femminile e il legame familiare. Il suo occhio attento e delicato si manifesta soprattutto nelle immagini che sospendono i gesti. Esplora in un solo scatto tutta la potenza dell’uso del corpo e soprattutto delle mani.

Tell Me, Mirror, 1978

Le mani di un padre che toccano il proprio figlio, per esprimere la protezione. Le mani di un uomo che afferra con foga il corpo della propria donna, che trasmettono desiderio ed energia. Mani e labbra che si sfiorano, si abbracciano, si toccano o provano ad avvicinarsi.

Immagini semplici che evocano la vita.  

Pochi sono i personaggi ritratti da soli, dimostrazione di come per Saudek la vita vera è quella condivisa con gli altri. La nudità della sua umanità esprime in realtà tutta la vulnerabilità che ci contraddistingue. Veniamo al mondo nudi, indifesi e dipendiamo dalla protezione degli altri cercando per primo il contatto con la nostra famiglia. Spesso lo sfondo è la stessa stanza dalla finestra spalancata su un cielo di nuvole. Uno spiraglio verso l’infinito e verso l’ignoto da cui nessun uomo può scappare.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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