In difesa di Shylock – Oltre lo stereotipo dell’ebreo avido e cattivo in Shakespeare

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Ciò che ci proponiamo oggi è di elargire ad un personaggio che nell’immaginario collettivo incarna lo stereotipo dell’ebreo avido, iniquo e diffidente oltre misura, la giusta collocazione nel Pantheon degli eroi della letteratura, estromettendolo dal circolo dei “villains” in cui i lettori lo hanno relegato da tempo. Due ambienti così agli antipodi fra loro, ovvero il mondo borghese rinascimentale di Venezia contrapposto all’idilliaca Belmonte meta dell’amore, fanno da sfondo a vicende di ordinaria crudeltà e a figure cineree e trasognanti, tra le quali emerge quella emaciata e sgomenta di un essere coriaceo e privo di scrupoli: il mercante ebreo Shylock. Stiamo parlando ovviamente de Il mercante di Venezia di Shakespeare.

In difesa di Shylock - Oltre lo stereotipo dell'ebreo avido e cattivo in Shakespeare

Personaggio controverso e irreprensibile, il malvagio per eccellenza secondo la tradizione cristiano-occidentale: egli pratica l’usura, accattivandosi lo sdegno del popolo veneziano. Il personaggio non è il classico “cattivo” a cui la letteratura inglese ci ha abituato, come in Jane Austen, Henry James, Dickens, G.Eliot,  in cui il carattere dei personaggi è enfatizzato per far emergere il lato buono o cattivo, di modo che le simpatie o le antipatie vengano indirizzate verso l’uno o l’altro.

Il modo giusto con cui approcciarsi a Shakespeare è pensare che non abbiamo di fronte buoni o cattivi, ma semplici individui con proprie passioni e sentimenti, che si relazionano timorosi al mondo. Abbiamo uomini che reagiscono alle tentazioni in modo diverso. Hegel definisce i personaggi del drammaturgo elisabettiano «liberi artefici di sé stessi». Ed è logico quindi, non provare un sentimento di completo diniego per Macbeth, o per l’ispido Jago, o per il turpe Calibano, o per l’arrivista Riccardo III, perché in loro non vediamo dei reprobi, ma semplici individui che agiscono secondo le esigenze della vita. Ed è per questo che non condanniamo totalmente la condotta del mercante.

Aleggiava nel teatro al tempo di Shakespeare un’immagine stereotipata e demonizzante dell’ebreo. La più nota è quella di Christopher Marlowe nella commedia nota come L’ebreo di Malta, lavoro dai tratti pungenti e beffardi che vede come protagonista il cruento e insensibile Barabba. Il bardo la conosceva bene, e Il Mercante di Venezia è certamente una risposta diretta a quell’opera.

Non ha occhi un ebreo? Non ha mani un ebreo, organi, consistenza, sensi, affetti, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non soffre delle stesse malattie, non è curato con gli stessi rimedi,scaldato agghiacciato dallo stesso inferno dalla stessa estate di un cristiano? E se ci pungete non versiamo sangue? Se ci fate il solletico non ridiamo? 
Se ci avvelenate non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendichiamo? Se siamo a voi uguali in tutto il resto perché non assomigliarvi anche in questo.

Il mercante Di Venezia – Shylock, Atto Terzo, Scena I

In difesa di Shylock - Oltre lo stereotipo dell'ebreo avido e cattivo in Shakespeare

Il passo sopra citato, epicentro del dramma, costituisce una vera e propria analisi ontologia dell’essere umano, con la quale Shylock getta le basi per un concetto di uguaglianza inedito, basato sull’essere e non sull’avere. Richiama all’essenza intima della comune natura umana: l’uguaglianza non discende dai diritti e dai doveri che la società impone, ma costituisce un diritto di natura imprescindibile, sacro, a cui tutti sottostiamo dalla nascita, derivante dalla nostra sola natura di uomini, e non dal ruolo che rappresentiamo nella società. Non a caso è uno dei pochi passi della tragedia in cui non viene menzionato il denaro o parole ad esso correlato, che nell’opera occupa un ruolo preponderante.

Shakespeare esprime questo concetto in un modo estremamente raffinato e audace per l’epoca: è un’intuizione geniale che funge da grido universale, facendo appello alle qualità di essere umano in quanto tale ed unico, anelando ad un mondo  cui vi sia pari dignità e pari diritto. Verga potrebbe facilmente inserirlo nel circolo dei vinti, e in effetti l’ebreo, in apparenza, è un vinto.

È un vinto poichè l’andazzo del mondo borghese lo ha defraudato della sua identità culturale; è un vinto poiché è stata vilipesa la sua autorità di padre –la figlia Jessica fuggirà di casa e sposerà contro il suo volere un cristiano, Lorenzo -; è un vinto poiché la sua dignità di uomo è stata calpestata. Eppure Shylock non è un personaggio da commiserare.

In difesa di Shylock - Oltre lo stereotipo dell'ebreo avido e cattivo in Shakespeare

Se si compie un ragionamento ulteriore si può notare che, anche se ha perso su tutti i fronti, si tratta di uno dei pochi che nella letteratura ha cercato di affermare la propria umanità. E questa è una caratterista importantissima, a lungo ignorata: basti pensare che la Germania nazista usò la tragedia come mezzo di propaganda trasmettendola subito dopo la Notte dei cristalli. Ed è per questo che il mercante assume le sembianze di un eroe: perché nel suo gesto è racchiuso quel moto propulsore che rappresenterà poi lo sconvolgimento dell’età dell’assolutismo e la formazione dei diritti fondamentali della libertà e della democrazia.

Shakespeare anticipa di secoli quella presa di coscienza dell’uomo moderno che si manifesterà solo dopo le grandi rivoluzioni del Settecento. La libbra di carne che Shylock reclama perentoriamente ad Antonio innanzi al doge è la rappresentazione simbolica del legame indissolubile che sussiste fra esseri umani. Lui pretende la carne, ossia pretende che sia riconosciuto quel diritto sacrosanto che trascende le denominazioni sociali e religiose. E pretende che la legge riconosca tale diritto, che riconosca lo statuto di uguaglianza dell’uomo: uno e universale.

Di fronte a tale sagacia, a tale intuito non si può che rimanere esterrefatti.

Shakespeare, inutile ribadirlo, è l’autore che, come suggerisce Harold Bloom, ha inventato l’uomo: riesce a scavare in profondità nell’animo umano, facendone riemergere quella materia insondabile e trascendente che è la sua coscienza.

Angelo De Sio per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Matteo dice

    Bell’articolo! Mi è piaciuto molto. Complimenti

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