Ludovico Geymonat, un ruolo per la Filosofia della scienza anche in Italia

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Ludovico Geymonat, un ruolo per la Filosofia della scienza anche in Italia

Ludovico Geymonat, un ruolo per la Filosofia della scienza anche in Italia
Ludovico Geymonat

Ludovico Geymonat, nato a Torino l’11 maggio del 1908 e morto a Rho il 29 novembre del 1991, è stato una delle figure più importanti nella scienza e cultura epistemologica italiana del Novecento. Intellettuale di respiro mondiale, tanto da intrattenere rapporti, anche critici, con Popper e il Circolo di Vienna. La sua vita è stata votata alla cultura, specialmente quella epistemologica: primo docente a presiedere una cattedra di Filosofia della Scienza in Italia, promotore di molte iniziative editoriali, quali la collana Filosofia della Scienza della Feltrinelli, dirige la collezione di classici della scienza per la Utet di Torino. È stato partigiano, con il nome di battaglia Luca fu partigiano in Piemonte nella 150° Brigata Carlo Pisacane e, dopo la Liberazione, assessore comunista al Comune di Torino dal 1946. Con il PCI ebbe delle divergenze riguardo la diffusione e l’utilizzo di un metodo più scientifico, da applicare anche alla filosofia.

Proprio sul ruolo della scienza si è molto battuto Geymonat. È emblematica l’Avvertenza alla edizione dell’opera Storia del pensiero scientifico e filosofico, in cui l’epistemologo si lamenta della mancanza, in Italia, di un metodo filosofico-umanistico, che abbracci anche l’approccio scientifico.

In tempi recenti si è manifestata una diffusa tendenza a relegare la filosofia entro i problemi dell’anima lasciando alla scienza la responsabilità di far progredire la nostra conoscenza del mondo, come se i due compiti fossero separabili l’uno dall’altro. Noi siamo fermamente convinti che questo modo di procedere sia in aperto contrasto con lo sviluppo più significativo del pensiero antico e moderno, e stia proprio alla radice della grave crisi da tutti denunciata nella cultura odierna: tanto in quella cosiddetta umanistica (che in pratica ignora Maxwell, Einstein, Planck, come fino a qualche tempo fa ignorava Newton e Buffon, se non Galileo), quanto in quella specificamente scientifica (che spesso si trova ad adoperare i risultati delle scienze senza sapere e senza chiedersi da quali travagli culturali siano nati).

La scienza, secondo il filosofo torinese, deve essere liberata da un metodo di indagine di tipo metafisico, sostituendolo con quello razionalistico-storico. Questa idea, probabilmente, è stata mutuata dall’ambiente neopositivistico, poiché al Circolo di Vienna era invisa la metafisica, in quanto non forniva alcuna espressione di veridicità ai fatti. Ma Geymonat si scaglia anche contro il Circolo stesso, adottando un metodo di tipo storicista, rispetto a quello protocollare. Quest’ultimo riguarda la possibilità di fare asserzioni-base, le quali siano le più oggettive possibili, trascritte tramite un linguaggio scientifico, puro, logico. Il torinese, invece, preferisce l’approccio storico poiché esso è dinamico, scevro da qualsiasi preconcetto e pregiudizio. Accanto a questo, c’è bisogno della filosofia, affinché sia possibile scoprire le strutture della scienza, come esse funzionino, analizzarle; in più, essa dovrà fornire una più dettagliata disamina del linguaggio. Alla scienza, invece, spetterà il ruolo di asserire la veridicità o la falsità dei fatto.

In altre parole, l’analisi del mondo può passare solo da una molteplice studio della realtà, la quale deve essere profondamente indagata: da qui il grande insegnamento di Popper, per cui c’è bisogno di un metodo che possa stabilire cosa sia una teoria scientifica e cosa no. Geymonat, però, arriva allo scontro anche con il filosofo austriaco, in quanto l’epistemologia popperiana non poteva sopportare l’approccio storicista di Geymonat. Infatti, egli professava una responsabilità morale che era insita nel fare scienza in quanto questa poteva permettere l’illimitato progresso dell’umanità, ma allo stesso tempo, se usata per la conquista del potere e soprattutto da un potere oligarchico, avrebbe potuto portare a gravissimi danni. Non può esistere uno scienziato disinteressato, neutrale: la scienza non è neutrale. Così Popper, da questa analisi sembra trarre un esito negativo:

I nostri intellettuali cercano di persuadere se stessi e gli altri, specialmente la generazione più giovane, che viviamo in un mondo terribilmente ingiusto, in una specie di inferno (…) mentre di fatto questo mondo non è stato, fin da Babilonia, mai così vicino al paradiso come lo è ora il mondo occidentale». La risposta di Geymonat non si lascia attendere: egli descrive Popper come « filosofo ufficiale dell’anticomunismo.

La visione della storia della scienza geymonatiana ha un risvolto importantissimo, che oggi sembra più attuale che mai: la scienza è un fatto storico, cioè un prodotto umano ma ha anche una storia, cioè la scienza ha una relazione col tempo e con gli uomini, come ha ben messo in chiaro Kuhn ne La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche.

L’approccio critico, che Geymonat prescrive alla scienza, dovrebbe essere proprio anche di chi parla di libertà: essa è il risultato di una continua lotta, non di un possesso stabile, ma di un dinamismo contingente alla realtà storica, cosicché è necessario sempre parlare della libertà e sulla libertà. Attuale è la sua disamina sulla possibilità di esportare un’idea di libertà e in nome della libertà presso un altro popolo, come succede sempre più spesso nel mondo.

In conclusione, l’opera divulgativa e scientifica di Geymonat ha fatto sì che, anche in Italia di contro alla dottrina anti-scientista crociano-gentiliana , non solo si parlasse di scienza, ma anche della scienza, facendo notare che anch’essa abita il mondo e che grazie ad essa ci prendiamo cura del mondo.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

 

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