Brutto panzone, sei un costo sociale! (o un problema esistenziale?) – Parte 2

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Brutto panzone, sei un costo sociale! (o un problema esistenziale?) – Parte 2

Seconda parte

Nemmeno  Oliver Hardy, Hitchcock, Orson Welles, John Candy, John Goodman, Aldo Fabrizi, Gino Bramieri, Buddha, il Papa Buono erano contenti di essere quello che erano. Oh certo, in alcune tribù amazzoniche il grasso è considerato bello, perché indica un cacciatore che sa procurarsi tanto cibo; anche i lottatori di sumo sono ancora parecchio apprezzati, come no. Nessun abominevole ammasso di strutto semovente (quando ce la fa) vorrebbe essere quello che è. Ma sorpresa sorpresa, diventare altro da sé non è così semplice. Perché non è che Paolo Villaggio non sappia che alzarsi in piena notte a vuotare il frigo, a ingurgitare spaghetti gelati e würstel intinti direttamente nella maionese non sia ripugnante e da pazzi.

Lo sappiamo, sapete?

Ma si dà il caso che sia una pulsione irrefrenabile.

Non basta dire, da oggi smetto.

Il cibo è un pensiero che non ti lascia mai.

Come il tabacco per il tabagista, l’alcool, la droga. Fa ridere perché i ciccioni fanno ridere, che bello, e come nelle comiche facevano ridere le torte in faccia e le cadute, e i comici italiani fan ridere con le scoregge. Carino, avere l’appeal di una scoreggia.

Perché non ti metti a dieta, panzone? Mah, che ne so? Forse perché mettermici è facile, ma restarci molto meno. Forse perché la natura umana vuole anche delle gratificazioni e io mi sento brutto, stupido, fallito, inadeguato, fuori posto, rifiutato, assurdo, disprezzato, patetico, noioso, squallido etc ad libitum? Forse perché il solo momento in cui, per un fenomeno biochimico che non desidero e non controllo, l’unica cosa che mi dà momentaneamente pace è ingurgitare qualcosa? L’unica cosa che toglie momentaneamente l’angoscia di vivere in un mondo orrendo, assurdo, violento, spregevole, infimo, senza neppure saperci stare? Un tranquillante: solo che più tranquillante prendi e più angosciato sei alla fine, ovvio. Ma insomma, un po’ di forza di volontà e due flessioni, che cavolo! Che importa se niente di quello che pensavi, sognavi, desideravi va a buon fine? Che importa se fin da piccolo il momento migliore della giornata era l’andare a dormire (ammesso di riuscirci, ovvio) e finirla con questa tortura nazista? Che fa se il sorgere del sole è l’iterato ingresso sempre nello stesso incubo ricorrente? Perché la vita è un sogno che vola via, ma i sogni che si ripetono sono incubi: e a te manca il cuore di avere un nuovo giorno, eppure ce l’hai lo stesso, e la sola cosa che lenisca lo strazio che ti brucia dentro, lo strazio di essere una merda, è quel pezzo di Camembert, quella porzione di parmigiana, quei tre etti di finocchiona, fino allo stordimento e fino alla vergogna di non trovare più una cintura per i pantaloni, al ludibrio personale di pulirsi il culo con estrema riluttanza e difficoltà.

Sapete, il panzone preferirebbe avere il vizio del fumo.

Almeno, nessuno gli romperebbe i coglioni, anche perché cazzo, Fumo Blu, Smoke, Mata Hari e Humperio Borgarto sono sexy quando fumano – ah il fascino delle volute di fumo, mica lardo e smagliature. Sarà più sexy quella faccia di palta di James Dean o quella bertuccia di Bogart, piuttosto che Ollio?

Alla fine, certo, tutto si appiana.

Invece, da vivi, è tutto la stessa cosa, tutto parificato: il ciccionismo compulsivo – e il fumo, l’happy hour, l’abbonamento trentennale allo stadio, la filatelia, la sezione del Partito, i gruppi di lettura, i corsi di pittura, il volontariato, i weekend compulsivi alle terme, il cake design, Greenpeace, il cane di casa, i canali on demand, Facebook, gli smartphone, la banda sempre più larga, le chat, le discoteche, le droghe naturali e sintetiche, le lotte per i diritti umani, lo scegliersi i vestiti secondo uno stile, il sesso,  la castità, gli outlet, cambiare l’auto, sono tutti boccagli in un mare di in putrefazione.

E trovandosi appeso ad una radice che si sta per spezzare, un dirupo roccioso sotto ed una tigre affamata sopra, il zen-ficiente che si gusta la fragolina non si accorge che anche la fragolina sa di putrefatto: nondimeno, resta aggrappato a quella dannata radice il più a lungo possibile e si gusta le fragoline con sguardo preorgasmico da sommellier.

E va bene così. Anche perché la consapevolezza non aiuta. Forse, Hitchcock definì davvero se stesso “un assurdo tricheco vestito da uomo”, con tutto ciò che questo comporta, e se non lo fece lo faccio io: ma qualcuno pensa davvero che, potendolo fare, gli obesi non cambierebbero questo stato di cose?

Fine.

Per chi si fosse perso la prima parte, la può trovare qui.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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