“La tenerezza”: quando il cinema italiano diventa sociale

0 967

La tenerezza: quando il cinema italiano diventa sociale

«Ci vuole coraggio a non essere timidi, o impauriti, in un mondo così pieno di trappole»: esordisce così Gianni Amelio alla presentazione del suo ultimo film La tenerezza. Alla dodicesima opera, l’autore de Il ladro di bambini e Le chiavi di casa ha scelto la strada del coraggio affrontando di petto il tema delicato della vecchiaia. Una scelta ardita perché riguarda una problematica che difficilmente suscita empatia nei giovani e faticosamente desta la curiosità degli anziani. I primi troppo distanti da una realtà con cui faticano ad interagire, gli altri troppo vicini alla situazione da perdere l’interesse di continuare a parlarne. Poi nel mezzo gli adulti, il cui pensiero cerca di sfuggire ad un futuro che inizia a smuovere le umane paure.

La tenerezza è una finestra sulla società, su tutte le sue debolezze, i suoi timori, ma anche le sue speranze. La storia, incorniciata dai suggestivi scorci di una Napoli fotografata ad arte da Luca Bigazzi, è liberamente ispirata a La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.

Un sublime Renato Carpentieri interpreta Lorenzo, ruvido e scontroso ex avvocato, sopravvissuto ad un attacco di cuore. Lorenzo sembra non conoscere il sentimento della tenerezza così come appare reticente ai legami affettivi ed estraneo a qualsiasi forma di affetto. Vedovo di una donna che non ha mai amato, padre di due figli che ha privato di ogni parvenza di affetto e spirito paterno (interpretati da Michela Mezzogiorno e Arturo Muselli), Lorenzo scopre sé stesso quasi per caso, quando incontra la sorridente vicina Michela (Micaela Ramazzotti). La donna con la sua famiglia apparentemente perfetta, il marito Fabio (Elio Germano) dall’animo fragile e i loro bambini irromperanno nella vita dell’avvocato con una pervasività sorprendente.  Ed è di fronte ad un evento imprevisto che scuote la quotidianità di Michela e Fabio, che Lorenzo trova lo spirito paterno che non aveva mai avuto

20/04/2017 Roma. presentazione del film. Nella foto il regista Gianni Amelio ed il cast: Renato Carpentieri, Micaela Ramazzotti, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno

La tenerezza è un film sommesso, poetico, dalle noti struggenti. Si culla sulla tenerezza delle parole pronunciate da Giovanna Mezzogiorno «La felicità non è una meta da raggiungere. Ma una casa a cui tornare». È la storia di una sofferta rinascita che confluisce da un flusso interiore di rimpianti ed emozioni.

Uno degli aspetti che ho trovato più significativi della storia è l’apparenza della perfezione della famiglia di Michela che all’alzarsi del sipario si mostra nella sua reale veste, quasi mostruosa. Credo che il regista voglia in qualche modo volgere una critica profonda ad una società che è più impegnata a fingersi felice che a cercare i mezzi per esserlo davvero. Nei tempi dei social, dei selfie, degli incontri facili indossare delle maschere è la regola. Nel suo film le maschere vengono giù e la natura dei personaggi esplode.

Amelio parla anche del panico generalizzato che affligge il rapporto della nostra società con i migranti, dipingendo alla perfezione l’asprezza dei nostri giorni, la durezza delle paure e delle ansie di fronte alle quali rischiamo di soccombere. Un’altra critica ad una realtà che mai come oggi va affrontata con una razionalità che sembra perduta.

Al di là dell’importanza delle tematiche trattate, l’interpretazione di Renato Carpentieri, essenziale e commovente al tempo stesso, irretisce lo spettatore conferendo un valore aggiunto non trascurabile alla riuscita del film.

Vorrei concludere con le toccanti parole del regista, perché credo spianino la strada a importanti riflessioni:

Se dovessi definire la tenerezza, non saprei dire se è un sentimento o un prendere la mano dell’altro. Ma è qualcosa di cui il mondo sente la necessità, lo dice anche Francesco, che non è solo il Papa ma una mente illuminata.  Serve a far cadere barriere, a scacciare l’ansia che ci assale. Viviamo tempi di paure, non a caso il film si apre e si chiude con un processo, dietro quei migranti imputati si percepiscono torbidi scenari.

Carolina Iapicca per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.