Giornata della Lentezza – come riscoprire il valore dell’otium latino in un mondo troppo veloce

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Giornata della Lentezza – come riscoprire il valore dell’otium latino in un mondo troppo veloce

Cade l’8 maggio quest’anno la Giornata della Lentezza, promossa dall’Associazione Vivere con Lentezza per invitare chiunque tra noi a «riprendersi il proprio tempo, ad ascoltarsi e a connettersi con se stessi, con gli altri e con l’ambiente».

Niente smartphone, niente corse dell’ultimo minuto al supermercato per preparare la cena, niente affannose corse contro il tempo, che ormai ci è sempre più nemico. Ci sono addirittura 14 comandamenti per vivere questa giornata – e, si spera, la vita in generale – senza vivere nella paura dello scorrere delle lancette, riempendosi le agende di impegni che sappiamo già in partenza di non poter rispettare. Non in orario, almeno.

La prima indicazione è facile da seguire per chiunque tra noi:

Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.

Quanti tra noi sono in ritardo sin dal mattino, presi a rincorrere treni (che sono sempre in orario quando voi siete in ritardo ma d’altrocanto sono sempre in ritardo quando voi siete in anticipo), a cercare di evitare il traffico mattutino dei lavoratori, oppure speranzosi di non aver perso il bus anche stamattina?

Giornata della Lentezza - come riscoprire il valore dell'otium latino in un mondo troppo veloceMagari le chiavi di casa non si trovano mai, o quelle della macchina, o prima di uscire ci si ricorda di aver dimenticato il computer portatile: ed ecco che i minuti di ritardo si accumulano sin dalla partenza della giornata e, proprio come nelle gare di corsa, non è sempre facile recuperare quei decimi persi. La soluzione è facile: svegliarsi 5 minuti di prima e affrontare la mattinata con più calma. Siamo tutti ladri seriali di preziosi minuti alle nostre sveglie, come se dormire quei 10 minuti in più possa salvarci dalla catastrofe: e se invece usassimo quella preziosa manciata di minuti per sorridere ai nostri cari o, perché no, per farci da soli un sorriso allo specchio appena alzati?

Ma le regole ci sono per ogni occasione, come le code nel traffico o alla cassa del supermercato:

Se siamo in coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitiamo di arrabbiarci e
usiamo questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chi
acchiere con il vicino di carrello
.

Sono indicazioni semplici e quasi ovvie, come quella di evitare di iscrivere se stessi o i propri figli nella palestra dalla parte opposta della città: eppure, siamo così abituati a vivere immersi nella frenesia che non ci rendiamo nemmeno più conto di quanto, alle volte, siamo noi stessi la causa del nostro stress.

Ma cos’è che porta l’uomo moderno a vivere sempre di corsa, facendo vivere anche i nostri figli in un’eterna rincorsa, tra compiti, calcio, nuoto, scuola e doposcuola? Cosa sta alla base della necessità dell’uomo moderno di non stare davvero mai fermo?

Forse, la prima causa più ovvia è la crisi economica: siamo conviti di dover vivere per il lavoro, di dover portare a casa lo stipendio più alto possibile, magari nella speranza che arrivi quella promozione (che poi non arriva mai). Siamo sempre concentrati sulle nostre professioni, organizzando tutto il resto della vita in base a queste: non è certo ammesso prendersi un pomeriggio libero per stare con i propri figli, o con il proprio compagno. L’importante è il numero di zeri sulla busta a fine mese, ed è diventato paradossalmente più importante della nostra felicità. Perché continuamente ci obbligano a pensare al futuro, ci fanno credere che mai vedremo una pensione, e che se arriverà lo farà tardi e non sarà certo abbastanza a mantenere uno stile di vita minimamente confortevole. Viviamo protesi al futuro, continuamente, dimenticandoci totalmente del presente e ignorando un passsato dove, tante volte, qualcuno più saggio di noi ci ha ammonito ricordandoci che non si vive per il proprio impiego.

Questa è una causa esterna, frutto della cultura e della società del consumo, dove siamo costretti a credere di aver bisogno di telefoni costosti, case bellissime e macchine di lusso; è così che si entra nel circolo vizioso per cui si lavora per mantenersi dei lussi, i quali poi hanno un  loro costo, e ci portano a voler guadagnare ancor di più.

Ma d’altro canto c’è anche una totale inadeguatezza della nostra civilità a stare nel silenzio, nella meditazione, nel pensiero fine a se stesso: siamo terribilmente spaventati dall’idea di fermarci per un secondo solo a riflettere sulla nostra vita. Siamo stati totalmente disabituati a rimanere senza far nulla: sin da bambini ci insegnano che è necessario fare uno sport, vivere con altri bambini, giocare, non fermarsi mai. Come se fosse un reato per un bambino vivere il sentimento della noia che, per quanto odioso, è una sfaccettatura dell’animo umano, come tante altre.

Ricordiamoci che per i latini l’otium, che in italiano ha assunto un carattere negativo e dispregiativo, era tutt’altro che un lato negativo della vita: era l’opposto al negotium, agli affari pubblici che impegnavano l’uomo. Era il momento dell’ozio, certo, ma non per forza visto come nullafacenza o accidia: anzi, per lo stoico Seneca era proprio il momento della riflessione, quello che poteva portare alla conoscenza. Di sè, del mondo, della cultura: era riflessione e, come tale, poteva solo elevare l’animo umano.

Sicuramente al latino sarebbe piaciuta questa Giornata della Lentezza, di cui qui potete trovare maggiori informazioni.

E per finire l’ultimo comandamento dei 14 di questa giornata:

Smettiamo di continuare  a ripetere: “non ho tempo”. Il continuare a farlo non ci farà certo sembrare più importanti.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

 

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