Da Boccioni a de Chirico: la pittura italiana nel decennio 1910-1920 in mostra a Torino

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Da Boccioni a de Chirico: la pittura italiana nel decennio 1910-1920 in mostra a Torino

Boccioni, Antigrazioso

S’inabissa il Titanic, infuria la Grande Guerra, scoppia la Rivoluzione russa e sorge il Fascismo. «Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido»: automobili, fabbriche, eserciti e correnti artistiche. Tanto per la Storia quanto per l’Arte, dunque, sono anni turbolenti quelli che corrono dal Manifesto dei pittori futuristi (1910) al recupero della classicità. Dal Futurismo al Ritorno all’ordine s’intitola, infatti, l’ultima mostra del Museo Accorsi-Ometto di Torino, curata da Nicoletta Colombo e visitabile fino al 18 giugno 2017. Le settanta opere esposte ripercorrono il “decennio cruciale” della pittura italiana, dal già divisionista Giacomo Balla – che chiudeva la precedente esposizione (Divisionismo tra Torino e Milano) a Giorgio de Chirico.

«Largo ai giovani, ai violenti, ai temerari!», largo al Futurismo storico. «Chi vuole svecchiare, rinvigorire e rallegrare l’arte italiana»? Rispondono unisoni all’appello Marinetti, Boccioni, Russolo, Carrà e Severini, protagonisti indiscussi della prima parte della mostra. I primi due scrivono una “lettera futurista” a quattro mani, rivolgendosi al poeta ed amico Cangiullo con un affettuoso “caro fesso”. Non c’è da stupirsi: è il gergo della rivista d’avanguardia Lacerba, la cui intestazione su carta stampata è ben visibile nell’opera Lacerba e bottiglia (1914) di Carlo Carrà, un collage chiaramente ispirato alle nature morte (i “trofeini”) di Ardengo Soffici (Popone e fiasco di vino, 1914; Natura morta, 1915).

Carrà, Ricordi d’infanzia

Dalla natura morta approdiamo al ritratto. A dire il vero, Umberto Boccioni non ha rappresentato sua madre, ma piuttosto “il moto e la luce” che agivano sul viso materno. Il risultato, perciò, non è certamente “grazioso”, come testimonia il titolo stesso del dipinto: Antigrazioso (1912-1913). Un aggettivo, questo, che si può anche applicare alla Danzatrice scomposta di Enrico Prampolini, un pittore (e scenografo) che – insieme a Gino Severini (Natura morta, 1918), Gerardo Dottori (Gialli-violetti, 1923) e Mario Sironi (Il borghese, 1916) – manterrà un linguaggio personale pur restando all’interno del movimento. Il Futurismo, pertanto, dà prova di accogliere in sé tendenze artistiche diverse senza imporne una in particolare.

Nuove Tendenze, difatti, sarà il nome della corrente moderata, la cosiddetta “ala destra del Futurismo”: tra i suoi fondatori, spiccano il pittore Achille Funi (del quale è esposto un autoritratto del 1913) ed Antonio Sant’Elia, l’architetto del movimento. Sarà quest’ultimo a progettare l’utopistica Città Nuova, un “immenso cantiere tumultuante” di costruzioni avveniristiche (Studio per edificio 1913-1914).

Sant’Elia verrà ucciso al fronte nell’ottobre del 1916; due mesi prima era morto l’amico Boccioni: volge così al termine la pagina “eroica” del movimento e comincia il cosiddetto Secondo Futurismo. Coni, spirali e piramidi prendono il posto di prati, fiumi e montagne: è la Ricostruzione futurista dell’universo in forme astratte, sono i “paesaggi artificiali” di Giacomo Balla (Linee forza di paesaggio + giardino, 1918) e Fortunato Depero (Paesaggio guerresco, 1916).

Casorati, Le marionette

Intanto, il gruppo di Nuove Tendenze non è l’unica alternativa al radicalismo futurista: accanto al simbolismo di Alberto Martini (Misteri, 1914-1915) e all’espressionismo popolare di Lorenzo Viani (Venditore di pane, 1908-1909), infatti, linguaggi artistici diversi si mescolano tra loro inaugurando le Secessioni di Venezia, di Roma e di Bologna. Tra i Ribelli di Ca’ Pesaro (dall’omonimo palazzo veneziano), emergono i nomi di Felice Casorati (Marionette, 1914) e di Tullio Garbari; del secondo sono esposti i fumettistici Intellettuali al caffè (1916) e una contadina seduta, ovvero La madre (1916): due opere, queste, che insieme ai Ricordi d’infanzia (1916) di Carlo Carrà rappresentano al meglio il primitivismo italiano. Urgenza dell’artista non è più “distruggere il culto del passato”, bensì rievocare i “primitivi” dell’arte italiana, Giotto e Paolo Uccello prima di tutti. Le due donne dipinte da Ubaldo Oppi in Povertà serena (1919), per esempio, ricordano un ritratto del Quattrocento, mentre le case alle loro spalle richiamano i fondali architettonici giotteschi.

Per qualcuno, però, l’architettura non è lo sfondo ma il soggetto del dipinto: «Le sensazioni molto acute e molto moderne del signor De Chirico prendono in genere una forma architettonica», scrive un entusiasta Guillaume Apollinaire dopo aver visto una trentina di tele di Giorgio de Chirico. Quest’ultimo, durante la Grande Guerra, trascorrerà un periodo di convalescenza insieme a Carrà: è in un ospedale neurologico del Ferrarese, quindi, che i due artisti rivelano “l’altra faccia della modernità”, la Metafisica. Una parola che De Chirico mutua dalla Filosofia e che darà un tono surreale ai titoli di molte sue opere (Composizione metafisica con biscotti e mostrine, 1916).

La “scuola metafisica” comincia ad essere apprezzata in tutta Italia e coinvolgerà – oltre ai fratelli Giorgio e Andrea de Chirico (in arte Savinio) – pittori già futuristi come Carlo Carrà (Le due sorelle, 1917) nonché artisti “eterodossi” quali Achille Funi, il ferrarese Filippo de Pisis (Natura morta, 1920) e Mario Sironi, presente in mostra con un suo Manichino (1919), un’evidente rilettura dei celebri manichini di De Chirico.

La guerra è finita, e con essa le varie secessioni. La diffusione della Metafisica, infatti, segna l’inizio del Ritorno all’ordine (Le rappel a l’ordre), una corrente artistica tesa a riaffermare i Valori Plastici dell’arte italiana e a recuperare la classicità smarrita. Ottone Rosai riprende Masaccio (Donne alla fonte, 1922), mentre Gino Severini (Studio per Maternità, 1920) ed Achille Funi (La sorella Margherita, 1920) rievocano gentili Madonne rinascimentali. È il preludio del Novecento pittorico italiano (o Neoclassicismo semplificato), la reazione artistica a tutte le “stravaganze e le eccentricità” delle avanguardie.

Infine, tanto sui campi di battaglia quanto nei musei, cala la quiete dopo la tempesta.

Dal Futurismo al Ritorno all’ordine – Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920
A cura di Nicoletta Colombo
Museo Accorsi-Ometto, Torino
Dal 2 marzo al 18 giugno 2017

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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