“Il cinque maggio” – Fu vera gloria?

0 2.314

Il cinque maggio – Fu vera gloria?

Ogni cinque maggio, in modo del tutto puntuale e sorprendentemente involontario, sorgono nella nostra mente sempre quelle due brevi parole, quattro lettere in tutto, che sanno sprigionare una forza storica e poetica incommensurabile: Ei fu.

Autografo del Cinque maggio di Alessandro Manzoni
Autografo del “Cinque maggio” di Alessandro Manzoni

Ei, lui – ovvero Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821) –, pronomi tra i più evocativi delle liriche italiane, scrigni di storia e potenza letteraria, inchiostro prezioso del nostro orgoglio, il Manzoni. Lì, in posizione regia, l’inizio di qualcosa che è già finito storicamente, ma che avvia pensieri e riflessioni sull’oltre-storico, quasi a voler dire «lui è stato quel che è stato ma…». Quella sospensione che tiene il lettore sollevato dal terreno fattuale, dal mero commento che si origina in seguito alla notizia della morte di Napoleone. Il punto fermo dopo il verbo al passato remoto, quell’essere che non è più, trasmette già di per sé l’intento manzoniano: egli è stato quel che è stato, punto, niente da dire in questa sede se non rievocare per superare (in una sorta di tesi-antitesi-sintesi hegeliana). Manzoni vuole andare al di là dei beceri giudizi, la sua è un’ode che medita, rammenta ed elabora il viaggio di un uomo su cui Dio ha voluto imprimere una sua orma più calcata, un segno della sua inconoscibile potenza.

Cosa spinse lo scrittore a precipitarsi sulla sua carta e dedicare versi immortali al mortale imperatore? La Fede, quel “sentimento” senza razionale contegno che pervade il Manzoni anche nelle sue odi storiche, quale è Il cinque maggio. È la Fede che filtra i pensieri, li incanala verso una logica del superamento di ciò che l’uomo in terra ha fatto, e porta il sentimento di cordoglio verso la visione della vita e della redenzione. Manzoni scorge in maniera cristallina, con i suoi alti versi, la soglia oltre la quale il corpo non procede, quella su cui sono posizionati quei «posteri» con «l’ardua sentenza», a cui viene delegato il giudizio terreno e lo stabilire se fu vera gloria.

Napoleone, esule a Sant’Elena, scatena nella comunità europea un contrastante sentimento di amore e odio, egli – Ei – in quella triste solitudine dell’esilio, infatti:

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

vv. 55-60

E dopo aver ricordato questo netto scontro emozionale insito nella società, il tempo ritmico delle parole viene dedicato alla sfera del privato napoleonico, ora rappresentato da quell’inerzia imposta dopo una vita di turbinii e successi. «[…] la gloria / Maggior dopo il periglio, / La fuga e la vittoria, / La reggia e il tristo esiglio». Una vita ricca, un «cumulo di memorie», il peso dei ricordi che, appunto, pesa, essendo un fardello che ora le spalle indebolite e stanche faticano a reggere. Il ricordo reca dolore. Napoleone adesso china «i rai fulminei», quegli sguardi tanto imperativi e intimidatori, e semplicemente «Stette, e dei dì che furono / L’assalse il sovvenir!».

Napoleone Bonaparte e Alessandro Manzoni
Napoleone Bonaparte e Alessandro Manzoni

Napoleone è passato dall’altare alla polvere, ma, anche se nella polvere, la Fede non tarda a raggiungere chi ha bisogno. È con la Fede che il Massimo Fattor (v.33) illumina la desolata scena della solitudine nell’esilio. Come un cerchio che a fine ode si chiude, tutto torna al volere e potere di Dio. Come a voler rimarcare indelebilmente nero su bianco che tutto ciò che si compie nell’arco della vita terrena risponde a un disegno di volontà, a un percorso che trascende la materialità e la mortalità.

Napoleone ha assaporato la gloria, ha sofferto le frustrazioni, ma alla fine tutto riporta alla culla della Fede, quel luogo in cui i concetti delle contraddizioni (come quelli di amore e odio verso Napoleone) nascono, per separarsi in corso di vita, e verso cui tornano, sempre uniti, perché il fenomenico si eleva infine al provvidenzialistico.

È esattamente in quest’ottica di superamento verso una nuova unione, unità, monade che Manzoni pensa a Napoleone. Napoleone fu. L’ardua sentenza spetta ai posteri ma, nel frattempo, la Fede – attraverso i versi di Manzoni – distanzia le maligne parole che la gente riversa su quest’uomo caduto in disgrazia. E quel Dio che tanto ha voluto per lui, in gloria e disgrazia, ora posa (verbo che lo scrittore usa come portatore di eleganza e rispetto) accanto a lui.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.