Si può davvero quantificare la libertà di stampa? Reporter Senza Frontiere ci ha provato con il World Press Freedom Index

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Si può davvero quantificare la libertà di stampa? Reporter Senza Frontiere ci ha provato con il World Press Freedom Index

Si può davvero quantificare la libertà di stampa? Reporter Senza Frontiere ci ha provato con il World Press Freedom IndexGiornali e telegiornali, soprattutto nazionali, spesso sembrano prenderci gusto nell’elencare classifiche e dati riguardo l’economia, il lavoro e tant’altro, e nel mostrarci come l’Italia rasenti spesso le ultime posizioni tra le nazioni europee. D’altronde, l’espressione “fanalino di coda” sembra quasi diventata proverbiale. Sull’ultima classifica uscita circa due settimane fa, a essere chiamato in causa era proprio un argomento affine alla stampa: ovvero la sua libertà d’azione nel mondo. L’associazione internazionale Reporter Senza Frontiere (RSF), pubblica ogni anno un report chiamato World Press Freedom Index, con lo scopo appunto di valutare in quali paesi la libertà di stampa sia maggiormente in pericolo. L’Italia, nonostante abbia recuperato 25 posizioni rispetto all’anno scorso, si trova comunque (indovinate un po’?) tra le peggiori dell’UE. E qui potrebbe finire questo articolo; i sopracitati organi di diffusione delle notizie spesso si limitano a comunicare il singolo dato, senza approfondire, e la notizia appare sufficiente e precisa. Invece, a parere di molti, soprattutto per quanto riguarda questa classifica, è opportuno indagare quali criteri utilizza l’associazione per decretare le varie posizioni.

Dal 2013 l’inchiesta si muove coinvolgendo agenzie fidate presenti sul territorio di un data nazione, sottoponendo quest’ultime ad un questionario dove, tra le tante voci, si trovano, ad esempio domande sul pluralismo, eventuali soprusi ricevuti ai danni dei giornalisti. Per circa l’80%, quindi, il punteggio assegnato da RSF si basa su una valutazione formulata da ignoti, perché chiaramente, nei paesi in cui vige una forte censura, i nomi di coloro a cui viene sottoposto questo questionario non possono essere divulgati. È chiaro che se sono stati scelti rappresentati di una certa parte politica, la valutazione sarà certamente viziata: infatti molti si sono lamentati del fatto che Cuba e Venezuela sono scese di molto in graduatoria perché il famoso questionario era stato affidato ad organi di opposizione. Certo rimangono altri parametri di valutazione, ovvero il restante 20%,  che sono indicati da RSF senza alcuna mediazioni: sono i dati numerici di giornalisti arrestati, uccisi o perseguitati. L’insieme di questi calcoli genera un punteggio che può andare da 0, quindi una situazione dove non esiste alcun freno alla libertà di stampa, a 100, cioè a circostanze massimamente opprimenti.

L’Italia ha un punteggio tra 25 e 35 quindi è stata catalogata come “problematica”. Questo, a detta di RSF, è dovuto in primo luogo alla forte presenza sul territorio italiano della criminalità organizzata, che contribuisce moltissimo, purtroppo, con minacce di ogni tipo, a ostacolare la ricerca della verità. Inoltre, ha dichiarato che gran parte del risultato negativo è responsabilità della politica, in particolare di Beppe Grillo (citato direttamente dal rapporto WPFI) per le sue intimidazioni che quotidianamente sono rivolte agli organi di stampa. Poi si parla anche di un disegno di legge scritto da una senatrice PD che appesantirebbe la pena per i reati di diffamazione. Quindi il panorama su questi punteggi appare ora un po’ meno chiaro e oggettivo: molto dipende da pareri di persone sconosciute, e molte voci sono difficilmente quantificabili come ad esempio “Indipendenza dei media”, “Contesto ed autocensura”. Inoltre lo stesso procedimento di valutazione non rende equiparabili i voti assegnati in paesi diversi.

Si può davvero quantificare la libertà di stampa? Reporter Senza Frontiere ci ha provato con il World Press Freedom IndexInsomma, l’obiezione principale è che non si può quantificare tutto. Con questa affermazione certo non si vuol rinunciare a priori a premiare paesi in cui la ricerca di verità è accessibile a tutti e lasciare che la censura faccia il suo corso in altri, ma anzi stimola ad andare oltre il semplice dato e a porci domande. Al posto che essere incuriositi e controllare se quest’anno l’Italia sia prima o dopo il Burkina Faso (sì, è capitato), bisogna chiedersi che cosa non va nel nostro paese e quali misure sono adottabili per migliorare la nostra condizione. I numeri non potranno mai darci una soluzione, poiché essi hanno sempre bisogno di essere interpretati.

Nei talk show e alla TV si sente troppo parlare di cifre e pochissime interpretazioni, come se le classifiche parlassero già da sole, ma non è così: un lavoro di approfondimento e contestualizzazione deve essere sempre svolto. Questo è proprio una delle cose che può rendere un giornalista unico ed indipendente.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura    

 

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