L’indifferenza scoperta da Moravia continua ad essere parte di noi

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L’indifferenza scoperta da Moravia continua ad essere parte di noi

L'indifferenza scoperta da Moravia continua ad essere parte di noiL’indifferenza è qualcosa che si riscontra continuamente nella nostra società. Nonostante noi si sia sempre più circondati da svariate situazioni che dovrebbero indignarci, sembra che aumenti continuamente la nostra capacità di rimanere impassibili di fronte agli scandali e alla mancanza di umanità e moralità riscontrabile intorno a noi. Nel 1929 un giovane ragazzo di neanche 22 anni aveva già capito tutto questo. Sto parlando di Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle, e del suo primo grande romanzo, gli Indifferenti.

Vivendo un’adolescenza segnata dalla malattia e dalla degenza in un sanatorio, riversò sulla pagina scritta tutto ciò che avrebbe voluto vivere ma che gli era negato, e non potendosi esprimere attraverso un diverso canale trascrisse con la penna tutta la sua persona e il suo essere. Non so quanto consapevolmente o meno, ma riuscì ad unire una personale sensazione ad un sentire comune: l’indifferenza. In un periodo in cui il romanzo aveva difficoltà ad affermarsi come tipologia letteraria in grado di dar conto della modernità, Moravia decide di modulare il suo valore creativo proprio attraverso la forma romanzesca.

L'indifferenza scoperta da Moravia continua ad essere parte di noi
Gli Indifferenti (1964) di Francesco Maselli

Partendo dal suo mondo, dalla realtà borghese, ci racconta la storia di cinque persone legate tra loro da rapporti famigliari e di amicizia. E lo fa utilizzando uno stile opaco e freddo, che fin dal ritmo vuole intenzionalmente mostrare al lettore il tono dominante del testo, un tono di duro distacco nei confronti di una realtà che si arrovella continuamente intorno ad una quotidianità mediocre e priva di valori.  Al centro vengono poste le figure di due giovani fratelli, Michele e Carla, totalmente stanchi ed annoiati a causa dell’iterazione continua di situazioni e schemi abitudinari nei quali si trovano rinchiusi. Entrambi vorrebbero dare una svolta alla loro vita, entrambi vorrebbero uscire dalla loro realtà famigliare dominata ed influenzata da una madre che ricorda nei modi e nell’atteggiamento la signora imbellettata di Pirandello. Ma entrambi finiscono per entrare nei meccanismi corrotti e impuri da loro inizialmente respinti.

La vicenda si svolge in sole 48 ore, e la passione dell’autore per il dramma e per l’opera teatrale è avvertibile nell’intera struttura del testo. Sono praticamente assenti gli spazi aperti e manca totalmente l’analisi psicologica dei personaggi. Questo in aperta polemica nei confronti delle tendenze dominanti dell’epoca. L’intento dell’autore è quello di mostrare una realtà, di cui faceva parte, non attraverso un occhio esterno e giudicante, ma con una lingua secca e reale. Il suo intento era mettere in evidenza il contenuto della vicenda, non tanto la forma con cui questo veniva espresso. L’autore vuole raccontare la quotidianità di una famiglia borghese romana degli anni ’20. In particolar modo mettendo in evidenza i disagi vissuti dai giovani protagonisti, in primis attraverso la presenza di figure parentali distorte e antitetiche rispetto al ruolo che dovrebbero rivestire. Michele e Carla vivono una forte mancanza di speranza e sono vittime di un’apatia dominante e inglobante. E la figura di massima contrapposizione a tutto ciò, Michele, è totalmente indifferente rispetto a tutto ciò che lo circonda.

Gli Indifferenti (1964) di Francesco Maselli

L’assuefazione è qualcosa di estremamente pericoloso. La sottovalutiamo continuamente non rendendoci conto di quanto ormai domini e guidi i nostri discorsi e soprattutto le nostre azioni. Dovremmo continuamente urlare il nostro dissenso per quello che quotidianamente si riscontra nella nostra società. Per il dilagare della povertà sia economica che culturale. Per la mancanza di collettività a fronte di un individualismo crescente. Per l’assenza di una classe dirigente adeguata a governarci. Perché venga data centralità alla moralità, che non vuol dire moralismo. Perché ci sia una società che valorizzi le capacità dei singoli e lotti contro la corruzione. Perché le lobbies economiche non governino al posto della politica. Perché si impari a rispettare l’ambiente. Perché si guidino i giovani a guardare oltre l’apparenza e si insegni loro a cercare e scoprire il senso delle cose e della vita.

Vivere vuol dire essere parte di una comunità, vuol dire partecipare alle sue dinamiche per cercare di migliorarla. Vuol dire essere cittadini attivi e non passivi. L’indifferenza è parassitismo e l’ignavia è vigliaccheria. Non smettiamo di essere partigiani delle nostre idee e dei nostri valori. Non smettiamo di impegnarci e di lottare per la loro realizzazione.

Cecilia Graziosi per MIfacciodiCultura

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